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giovedì 16 febbraio 2017

Al lavoro per una alternativa nazionale


L’11 febbraio scorso si è svolta a Sassari una importante giornata di studio, dibattito e confronto pubblico incentrata sui diritti dei sardi e sulla necessità di costruire nuovi percorsi di emancipazione sociale e nazionale per la Sardegna. Si è aperta una nuova fase di un percorso lungo ed articolato. Una tappa che apre uno spazio di condivisione politica nuovo. Uno spazio caratterizzato dalla necessità di affrontare temi importanti quale quello della riscrittura dello Statuto, tenendo lo sguardo sempre puntato sui problemi reali di questa terra, sui diritti collettivi dei sardi, sulla necessità di dare delle risposte politiche concrete, specialmente in un momento di grande difficoltà economica come quello attuale: viviamo in un’isola di poco più di un milione e mezzo di abitanti e abbiamo oltre 260 mila disoccupati; il 2016 ha registrato un aumento di quasi il 50% di fallimenti rispetto all’anno precedente (sono fallite ben 243 aziende), ogni anno l’isola perde oltre 5000 persone, soprattutto giovani che emigrano in cerca di lavoro e condizioni di vita dignitose che questa terra non riesce più ad offrire. Si va via via sfaldando la solidarietà sociale, ci mettono gli uni contro gli altri, emerge con sempre più evidenza una forma di razzismo che spazia dalle piazze virtuali a quelle reali.

Ci vogliono far credere che il problema dei sardi non sia l’immobilismo politico della Giunta Pigliaru, non siano le politiche della subalternità, le logiche coloniali della dipendenza e della spartizione del potere amministrativo ed economico ma i migranti che fuggono dalla guerra,  dalla fame e dalla disperazione. Si mettono in discussione i valori della solidarietà e dell’accoglienza con il rischio di disgregare la tenuta sociale delle nostre 377 comunità.

Occorre dunque fare presto. Occorre dare delle risposte politiche ai problemi che affliggono l’Isola. Occorre costruire una alternativa politica, economica e sociale allo sfacelo verso cui lo Stato Italiano ci sta inesorabilmente mandando incontro. 

La scelta di organizzare un dibattito che focalizzasse l’attenzione sui diritti dei sardi nel secolo attuale imponeva che si discutesse in maniera pragmatica delle modalità attraverso le quali renderli reali, tangibili e attuabili. Parlare di modifica dello Statuto ha aperto una riflessione circa la possibilità di avviare un processo di trasformazione della società sarda nella prospettiva della scrittura di una nostra Carta fondamentale dei diritti, di una nostra futura Carta Costituzionale. Il tutto scaturito dalla necessità di agire su uno Statuto non più attuale, inadeguato a rappresentare la realtà moderna dell’Isola. Uno Statuto rimasto in gran parte inapplicato sia perché lo Stato italiano ci impedisce sostanzialmente di esercitare una qualsiasi forma di autonomia, sia perché le classi dirigenti che si sono alternate al potere nell’Isola, hanno sempre anteposto gli interessi particolari e quelli dello Stato centrale a quelli della Sardegna, ridotta oramai ad una circoscrizione periferica, marginale e ininfluente. Questo è il dato politico emerso nel corso del lungo dibattito della giornata di sabato 11 febbraio.   

Il ritenere non più procrastinabile la riscrittura di uno Statuto vecchio di settant’anni implica l’inizio di un percorso politico indirizzato all’ottenimento di nuovi poteri e maggiori spazi di sovranità. La riscrittura dello Statuto in tal senso deve passare per il riconoscimento di due principi imprescindibili: il riconoscimento giuridico della Nazione sarda e l’affermazione del suo diritto effettivo all’esercizio dell’autodeterminazione.

Si è inteso dunque avviare un processo politico che chiama in causa la società sarda e tutte quelle forze politiche e civiche che pongono al centro delle loro battaglie la Sardegna e gli interessi dei sardi.

L’immobilismo e l’inadeguatezza politica della giunta regionale, rendono il Governatore Pigliaru un interlocutore improbabile, non adeguato ad intraprendere un simile percorso di emancipazione e di trasformazione sociale.
Impossibile non ricordare la posizione delle più alte cariche della Regione – da Pigliaru a Ganau, passando per l’appoggio incondizionato e quasi del tutto unanime dei sindaci a trazione PD – completamente appiattita sulla linea del Governo Renzi in riferimento al recente referendum costituzionale. Una posizione a sostegno di una riforma che per la Sardegna rappresentava il preludio per il totale abbattimento dell’autonomia. Se avesse vinto il Sì, non ci troveremmo oggi a discutere la possibilità di accrescimento di poteri attraverso la riscrittura dello Statuto autonomo, quanto piuttosto a riflettere sulle strategie più idonee ad impedirne la sua cancellazione.

Nel voto del Referendum Costituzionale c’è un giudizio severo nei confronti del governatore Pigliaru e della sua politica. La percentuale dei No, decisamente più alta di quella espressa a livello italiano, contiene inoltre il segno della difesa dell’autonomia. Sull’onda di quel risultato, ottenuto anche per via di una forte mobilitazione indipendentista, è possibile oggi imbastire una battaglia per l’accrescimento di poteri reali. Nessuna ratifica della Costituzione Italiana dunque, ma una piena consapevolezza che per far prevalere i diritti dei sardi occorre partecipare alle decisioni che ne determinano il futuro. Su questo tema l’indipendentismo non è venuto fuori con una voce univoca, ma l’11 febbraio scorso è emersa in maniera distinta la volontà di dare seguito ad una nuova fase di confronto politico, incentrato sul confronto democratico e indirizzato alla costruzione di un percorso di lotte comuni e condivise.

Non è certo la prima volta che si richiama all’unità dei sardi e che si fanno dei tentativi di ricomposizione strategica dell’indipendentismo. Ci sono stati vari tentativi in passato, su iniziativa dei dirigenti politici così come della base. Tentativi non andati a buon fine e che non si sono fra loro incontrati; il processo iniziato negli ultimi mesi, però, ha la possibilità di raccogliere tutte le precedenti esperienze, ha la possibilità di rendere tutti protagonisti di questo percorso di ricomposizione del movimento nazionale, riattivando chi ha perso fiducia nella politica e nella possibilità di imprimere un cambiamento nella società sarda.

Non sono in grado di affermare che quello iniziato ad ottobre dell’anno scorso in occasione della conferenza stampa svoltasi al THotel di Cagliari – proseguito con la mobilitazione contro l’inceneritore di Tossilo, la mobilitazione contro la stortura della Asl Unica a dicembre fino ad arrivare a Sassari con il dibattito sullo Statuto e i diritti dei sardi – sia un processo irreversibile, ma sono certo che l’irreversibilità di questo processo dipenda dal grado di responsabilità generazionale che saremo capaci di dimostrare e dalla volontà politica di non sottrarci ad un confronto pubblico, partecipato ed inclusivo.
Nelle ultime settimane si sono susseguite una serie di iniziative e di incontri che hanno visto al centro del dibattito la lingua sarda, la municipalità, la battaglia per la smilitarizzazione dell’Isola e ancora la prospettiva della costruzione di una alternativa politica ai partiti italiani. Il fatto che il dibattito nasca e cresca lontano dalle scadenze elettorali mette al riparo dai personalismi e dal pericolo di dare vita ad alleanze strumentali costruite unicamente sul calcolo delle potenziali percentuali di voto. Le elezioni sono, in ogni caso, una eventualità con la quale occorrerà fare i conti se si vuole dare vita ad una alternativa di governo con testa e gambe in Sardegna. È necessario perciò che tutte le componenti del movimento che si va a formare attorno al principio dell’autodeterminazione siano disposte a misurarsi sui contenuti, sui valori condivisi e sulla scelta dei metodi più idonei ad individuare i rappresentanti del movimento stesso, coinvolgendo e rendendo protagonisti della scelta i sardi con l’indizione di primarie. 

Gli indipendentisti, già alla vigilia delle precedenti elezioni, avevano tracciato un percorso di inclusione e di partecipazione attraverso assemblee e conferenze aperte che hanno permesso ai movimenti civici, ai movimenti culturali e ai singoli di concorrere fattivamente alla formazione di liste e programmi elettorali. Esperienze perfettibili e avvincenti, pur se penalizzate da una legge elettorale liberticida ed antidemocratica che andrebbe subito cambiata per permettere la rappresentatività di tutto il tessuto sociale sardo. Non possiamo tralasciare che la coalizione Sardegna Possibile e Fronte Indipendentista Unidu con le rispettive preferenze raccolte (quasi 8mila la prima e quasi 80mila la seconda) hanno conquistato la fiducia e acceso le aspettative di cambiamento di una fetta tutt’altro che esigua di sardi.

Quello intrapreso è indubbiamente l’inizio di un nuovo processo politico, con la consapevolezza che niente è realizzabile dall’oggi al domani, tantomeno l’indipendenza, ma se non si creano adesso i presupposti politici e giuridici per l’effettivo esercizio dell’autogoverno e del diritto all’autodeterminazione, tutto diventa velleitario e funzionale solamente ad uno scopo politico scandito da slogan e parole prive di significato ideale ed incapaci di trasformazioni reali.

Giovanni Fara

mercoledì 7 dicembre 2011

Due storie e una sola speranza: Libertà

Ci sono situazioni lontane da noi, in cui il tema dell’indipendenza è sentito in maniera urgente e pressante ma sulla quale raramente si concentra l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale. Una di queste situazioni è quella vissuta dal Popolo Saharawi, da oltre un secolo sottoposto a occupazioni illegittime del proprio territorio nazionale, il Sahara Occidentale, che si estende per circa 280.000 Kmq affacciandosi sull’Atlantico per un migliaio di chilometri e confinando con il Marocco, l’Algeria e la Mauritania. Il Sahara Occidentale è in gran parte desertico ma ricchissimo di risorse minerarie, di materie prime e petrolio, e si trova inoltre a ridosso del mare più pescoso di tutta l'area. Non stupisce il fatto che già dagli inizi del ‘400, ancor prima della scoperta dell’America, la Spagna avesse riversato il suo interesse sulla costa atlantica del Sahara, anche se è solo agli inizi del ‘900 che occupa militarmente il territorio imponendo la propria amministrazione e delimitandone i confini. È in questo periodo che nascono i primi nuclei nazionalisti in difesa della cultura del Popolo Saharawi, fortemente legata a una tradizione nomade e a una organizzazione sociale di tipo tribale.

La resistenza contro l’assimilazione del territorio viene organizzata prima dal Movimento di Liberazione del Sahara (MLS) e successivamente dal Fronte Polisario (Fronte di Liberazione Popolare di Saguia el Hamra e del Rio de Oro) che rappresenta tutt’oggi le istanze di libertà e indipendenza di questa nazione.

Da trentasei anni il Sahara Occidentale vive una grave crisi umanitaria, a cui la comunità internazionale riserva una scarsa attenzione. È infatti dal 1975, quando la Spagna abbandona il Sahara e il Marocco invade militarmente il territorio, che il Popolo Saharawi per sfuggire al genocidio si rifugia nel deserto algerino (Hammada di Tindouf), dove attualmente vivono ammassati nei campi profughi circa 400.000 persone, al di là di una successione di muri e campi minati che si estendono per ben 2.720 km nel deserto; la muraglia più grande al mondo di cui nessuno parla, costruita dal Marocco su circa il 90% del territorio Saharawi.

È sullo sfondo di questa realtà sconcertante e scomoda all’opinione pubblica occidentale che nella notte tra il 22 e il 23 ottobre scorso avviene il rapimento di Rossella Urru, la cooperante sarda di 29 anni originaria di Samugheo (OR), da due anni impegnata nei campi profughi come rappresentante del CIPS (Comitato Internazionale per lo Sviluppo dei Popoli) e dei suoi due colleghi Spagnoli: Ainhoa Fernandez de Rincon dell’Associazione Amici del Popolo Saharawi e Enric Gonyalons dell’organizzazione spagnola Mundobat.

Crediamo non si possa affrontare la questione del rapimento di Rossella e degli altri due cooperanti senza portare all’attenzione le cause dei problemi che riguardano l’area nella quale questi svolgevano la loro attività di solidarietà, portando un aiuto concreto a un Popolo da decenni vittima della barbarie del colonialismo e dell’indifferenza internazionale.

Parlare della vicenda di Rossella Urru significa anche e soprattutto parlare del Popolo al quale ha portato il suo aiuto e dedicato il suo lavoro. Significa parlare della determinazione di un popolo costretto a sopravvivere in condizioni ambientali ed economiche difficilissime, ma che nonostante tutto continua ricercare la mediazione internazionale per il riconoscimento del suo diritto all’autodeterminazione e all’indipendenza.

La risoluzione della crisi sarebbe dovuta arrivare con il referendum promesso dall’ONU nel 1991, ma ostacolato dal Marocco con la complicità di diversi paesi europei, che continuano a sottoscrivere accordi e trattati, come quello del 2005 sulla pesca nel mare del Sahara Occidentale, attraverso i quali viene riconosciuta indirettamente l’egemonia marocchina sui territori occupati.

La vicenda di Rossella Urru e degli altri due cooperanti rapiti va quindi inserita all’interno di un contesto internazionale nel quale ad alimentare situazioni di pericolo e di crisi sono spesso gli affari lucrosi degli stati occidentali e le politiche di aggressione e di rapina perpetrate a danno di popoli e nazioni in lotta per la loro indipendenza.

Il rapimento di Rossella, figura simbolo della solidarietà e riferimento di tutte le organizzazioni mondiali che operano in quell'area dell'Africa, non deve scoraggiare la solidarietà internazionale né tantomeno destabilizzare il già difficile cammino politico per l’autodeterminazione del Sahara Occidentale e la lotta per il riconoscimento della “Repubblica Araba Saharawi Democratica” (RASD) da parte di tutta la comunità internazionale.

Con grande preoccupazione dobbiamo però rilevare che a distanza di oltre 40 giorni dal rapimento dei tre cooperanti, nei circuiti mediatici italiani vige una sorta di silenzio inquietante, quasi a dimostrazione che per l’Italia esistono ostaggi di serie A e ostaggi di serie B di cui parlare a seconda della convenienza politica del momento.

Tenere alta l’attenzione sulla vicenda è importante per far crescere la pressione sulle istituzioni algerine e sul Ministero degli Esteri italiano, affinché se ne occupino con il massimo impegno e risolutezza. Nell’esprimere massima solidarietà a Rossella e agli altri due cooperanti, siamo certi che nell’Isola non si spegnerà l’attenzione dell’opinione pubblica finché Rossella non sarà nuovamente libera.

Aristanis 07/12/11

Assòtziu Zirichiltaggia

Foto: Rossella Urru a Rabouni (estratta dal sito: www.rossellaurru.it)


sabato 29 ottobre 2011

Incontro-dibattito: Indipendenza: Futuro della Sardegna (Relazione di Giovanni Fara)

Incontro-dibattito

“INDIPENDENZA: FUTURO DELLA SARDEGNA”

Relazione di Giovanni Fara

È sempre piacevole ritrovarsi in un incontro per parlare d’indipendenza, per parlare del futuro della nostra terra, un tema che è evidentemente entrato nel dibattito politico della società sarda, interessando tutti gli orientamenti e gli schieramenti politici. Un tema che gli indipendentisti per primi hanno il dovere di esporre, manifestando le proprie idealità e i propri valori e ponendosi a confronto gli uni con gli altri anche allo scopo di costruire punti di convergenza politica.

È da considerare meritevole lo sforzo profuso da chi crea periodicamente occasioni d’incontro e dibattito, di cui si avverte una sempre maggiore necessità sia tra i sardi, sia tra le fila dell’indipendentismo, sempre più spinto verso un confronto serrato sui temi e su tutto quello che caratterizza la lotta per l’indipendenza delle varie organizzazioni indipendentiste sarde. Incontri nei quali è sempre più frequente la partecipazione di militanti che appartengono a una base indipendentista che non ha alcuna organizzazione di riferimento e che trova in questi spazi il luogo ideale nel quale poter arrecare il proprio contributo d’idee in termini di partecipazione attiva alla lotta per l’indipendenza della Nazione Sarda. La presente relazione ne è un esempio in quanto realizzata da un militante indipendentista non iscritto ad alcun partito o movimento ma operativo nell’ambito dei lavori di una associazione indipendentista: l’Assòtziu Zirichiltaggia. Associazione nata nel 2009 sul versante della lotta contro il nucleare in Sardigna, e oggi particolarmente attiva sia sul piano della lotta alla militarizzazione dell’Isola, sia sul piano della difesa del territorio dalla speculazione energetica, nonché nella formazione di un’area di dibattito che accoglie in modo trasversale la base indipendentista più interessata alla discussione in corso sulla convergenza nazionale.

Una prima importante riflessione riguarda il concetto d’indipendenza, per il quale si è spesso inteso un sogno romantico e velleitario, un’utopia anacronistica. Niente di più falso. L’indipendenza è quanto di più concreto un Popolo possa auspicare di raggiungere: l’idea di indipendenza è un progetto politico e in quanto tale realizzabile. L’indipendenza è un diritto fondamentale dei Popoli sancito da tutti i moderni Trattati Internazionali. Trattati sottoscritti anche dalla Repubblica Italiana, benché questa non riconosca la sua composizione plurinazionale, negando quindi l’esistenza di intere comunità etniche e nazionali inglobate nel suo Stato (Es. Sardegna, Friuli).

L’indipendenza è un'emancipazione da un potere come il colonialismo e si ottiene attraverso un processo di autodeterminazione che consiste nella possibilità di un popolo di scegliere liberamente il proprio destino, di essere l’artefice della sua storia, di acquisire una propria soggettività politica e giuridica internazionale. L’indipendenza è in tal senso da considerarsi come l’esatto contrario dell’isolazionismo. Un’accusa che spesso viene mossa strumentalmente agli indipendentisti è quella di voler isolare la Sardegna dal resto del mondo, ma questo è quanto di più distante dalla realtà. La nostra è una lotta per la conquista di poteri reali, per permetterci di gestire direttamente, senza intermediari, il nostro territorio e le nostre risorse, relazionandoci alla pari con gli altri Stati e determinando autonomamente le nostre scelte nell’ambito di una interrelazione economica, politica e culturale che oggi ci viene sistematicamente negata. Sono le attuali condizioni di dipendenza che ci impediscono di determinare ciò che è meglio per la nostra terra e per il nostro Popolo. Non abbiamo rappresentanze in Europa in grado di incidere sulle scelte degli Stati-Nazionali settecenteschi e ottocenteschi dai quali questa è essenzialmente composta. Non abbiamo la possibilità di incidere sulle decisioni economiche che altri prendono per noi, così come non possiamo mettere in discussione il ruolo geopolitico che la nostra Isola si appresta a ricoprire sullo scacchiere internazionale. Un’Isola al centro del Mediterraneo utilizzata sempre più come polo energetico e piattaforma militare, come una barriera tra il nord e il sud del mondo. Un ruolo che potremo ribaltare se solo avessimo il coraggio di lottare per la nostra indipendenza nazionale, per la costituzione di un nostro Stato Sovrano, libero di decidere con chi intrecciare le proprie relazioni economiche, politiche e culturali.

È un concetto fondamentale quello dell’autodeterminazione, utile anche a sfatare le sciocchezze, le affermazioni irresponsabili del presidente dello Stato Italiano Giorgio Napolitano che in riferimento alle mire secessioniste della Lega Nord ha recentemente affermato che “non esiste una via democratica alla secessione”. Pur non entrando nel merito dell’esistenza di un popolo padano e della propaganda leghista, tutt’altro che incline a disarcionare il potere centrale dello Stato, occorre ricordare che già con la dichiarazione d’indipendenza degli Stai Uniti dall’Inghilterra (4 luglio 1776) e con le successive formulazioni dei principi di autodeterminazione dell’ONU, il diritto internazionale riconosce la legittimità delle “Nazione di Volontà” a perseguire e proclamare la propria indipendenza statuale, un diritto considerato inalienabile per le “Nazioni Storiche” che come la Sardegna presentano delle proprie specificità territoriali, linguistiche, storiche e culturali.

La Sardegna, è finita nell’orbita italiana per un baratto di guerra, nel 1720 (nell’ambito della guerra di sucessione spagnola), ma se invece di scambiare la nostra Isola, i Savoia avessero scambiato la Sicilia, forse oggi ci saremo trovati a trattare gli stessi temi parlando una lingua differente da quella italiana, la lingua appartenente allo Stato coloniale di turno.

La Sardegna è una Nazione inglobata all’interno dello Stato Italiano, ma è pur sempre una nazione diversa da quella italiana, con la quale non ha in comune né storia né cultura. È una Nazione che è stata assoggettata, colonizzata, imprigionata dallo stato italiano ma che nel corso della sua storia, nel periodo dei giudicati (fra il IX ed il XV secolo) è stata anche una terra libera e indipendente. Oggi ci vogliono far credere che siamo italiani da sempre, servendosi di uno stucchevole revisionismo storico che punta alla cancellazione delle tracce del nostro passato, alla negazione della nostra identità e che persegue in modo incessante una politica di omologazione culturale e linguistica ignobile. Sappiamo d’esser entrati nell’orbita italiana da poco più di trecento anni ma siamo un Popolo da oltre tremila e nessuno ci ha ancora cacciato da questa terra, nessuno ha ancora completamente cancellato la nostra identità, la nostra civiltà.

Tornando alle affermazioni di Napolitano occorre chiedersi: se non esiste una via democratica alla secessione, ed evidentemente all’indipendenza, quale via dovremmo seguire? Quale, secondo Napolitano, per portare avanti un progetto politico che mira ad affermare un diritto inalienabile, il diritto di un Popolo a decidere il proprio futuro e spezzare le catene di una dipendenza che per la nostra terra, per il nostro Popolo è ormai diventata insostenibile?

L’indipendenza per la Sardegna è una necessità storica, ma non solo, è anche una necessità politica ed economica. L’indipendenza è un progetto politico che s’intende perseguire in un’ottica democratica, raccogliendo la maggioranza di consensi attorno a questo progetto, cioè il 50% + 1 dei consensi utili al conseguimento dell’indipendenza nazionale. Dobbiamo quindi poter creare le condizioni democratiche affinché la maggioranza dei sardi si riconoscano in questo progetto politico.

Lottare per l’indipendenza significa aprire un processo storico di emancipazione e di liberazione nazionale e sociale del Popolo Sardo, per attribuirci tutti quei poteri utili alla gestione del territorio e delle sue risorse, che dovrà portare gli indipendentisti al governo dell’Isola e a una trasformazione reale della società sarda, per svincolarci dai rapporti di subalternità e di sfruttamento che sono la causa dello sfacelo economico e culturale in cui si trova la nostra terra.

La causa di questo sfacelo va ricercata nelle politiche coloniali subite dalla Sardegna da più di sessant’anni. L’imposizione di un modello di sviluppo economico basato sulla chimica, negli anni sessanta ha compromesso gravemente gran parte del nostro territorio, impedendo lo sviluppo e la modernizzazione di agricoltura e pastorizia che fino a quel momento erano state al centro del nostro tessuto economico-produttivo. Tanto che i pastori ancora oggi pagano il prezzo delle scelte che la politica italiana con la complicità degli amministratori locali imposero alla nostra Isola in quegli anni. Una chimica che ha irrimediabilmente danneggiato intere aree che per la loro posizione e bellezza naturale sarebbero potute diventare dei poli di attrazione turistica internazionale. Basti pensare ai littorali di Porto Torres e Platamona nella costa nord dell’Isola o alla costa occidentale del Golfo degli Angeli dove è ubicato il comune di Sarroch nel sud Sardegna, luoghi pesantemente colpiti dall’inquinamento prodotto da due dei poli chimici più grandi d’Europa sorti nel 1964 che oggi con il loro inesorabile declino si lasciano alle spalle migliaia di cassintegrati e disoccupati. A un modello economico estraneo all’isola si accosta una politica di militarizzazione che inizia sulla fine degli anni cinquanta e che interessa ben 35 mila ettari di territorio (circa il 70% dell’intero apparato militare italiano). È chiaro come l’imposizione della chimica, l’occupazione militare, l’assimilazione culturale e linguistica, le nuove servitù militari ed energetiche che tuttora vorrebbero imporci vadano inquadrati in un contesto preciso che evidenzia il rapporto di subalternità del nostro popolo rispetto allo stato italiano, il rapporto di sfruttamento del nostro territorio ad opera dello stato italiano; un contesto nel quale i reali bisogni dei sardi non contano niente; un contesto dove si curano interessi per lo più estranei all’isola; un contesto che è sempre più caratterizzato dallo scontro di interessi tra la Nazione Sarda e quella Italiana. E mentre assistiamo allo smantellamento dei servizi da parte dello Stato, ai continui tagli ai comuni, all’impoverimento del territorio e al suo conseguente spopolamento soprattutto nelle zone interne, siamo costretti a fronteggiare la preoccupante crescita della militarizzazione dell’Isola. Si rincorrono, infatti, sempre più frequentemente le voci su un possibile ritorno degli americani a La Maddalena e sull’ampliamento del poligono militare di Teulada mentre si costruiscono nuove caserme (Es. Pratosardo a Nuoro) e si vuole imporre l’installazione di 15 Radar sulla fascia costiera dell’Isola, 4 della guardia di finanza e 11 della marina militare italiana. A tutt’oggi resta il mistero sul loro reale utilizzo. Poco chiare e convincenti risultano essere le motivazioni addotte dalle autorità competenti, le quali una volta parlano del loro impiego nella lotta all’emigrazione clandestina, pur se in relazione a località dove di immigrati non si è mai vista l’ombra a memoria d’uomo, come nel caso dell’Argentiera; un’altra volta affermano si tratti di strumenti da impiegare nella lotta al traffico di droga o armi o ancora per il controllo della navigazione marittima o della pesca illegale. Si avverte in sostanza la riluttanza a rilasciare informazioni realistiche e verificabili.

Atteggiamenti inqualificabili che non hanno impedito di scoprire che dietro l’installazione dei Radar si nasconde un immenso giro d’affari e di interessi che superano i 220 milioni di euro tra lo Stato Italiano e l’industria militare israeliana che li produce. Questi Radar infine avrebbero le stesse caratteristiche di quelli utilizzati da Israele per il controllo militare delle zone palestinesi, per colpire obiettivi militari. È logico pensare che nei progetti dell’Italia potessero servire a proteggere obiettivi sensibili, quali potevano essere le centrali nucleari che lo Stato intendeva costruire in Sardegna - forse tutte le quattro previste dal piano energetico nucleare del governo. Radar che oggi risultano utili sullo sfondo dei conflitti e degli sconvolgimenti del Nord Africa e delle guerre nelle quali l’Italia è sempre più direttamente coinvolta. Da considerare l’uso della base sarda di Decimomannu nel conflitto libico e il fatto che l’80% degli attacchi NATO sono partiti dalle basi messe a disposizione dall’Italia.

Ci dobbiamo rendere conto che la Sardegna si trova sempre più al centro di strategie militari ed energetiche che altri decidono per noi: lo vediamo con la speculazione eolica ripresa in maniera incalzante all’indomani della sconfitta del nucleare con il Referendum sardo del 15/16 maggio di quest’anno. È stato inaugurato agli inizi di ottobre il più grande parco eolico d’Europa su una superficie di 4.000 ettari nei comuni di Buddusò e Alà dei Sardi e già si pensa alla realizzazione di quello previso nella piana di Ozieri. Progetti speculativi attorno ai quali si annidano interessi milionari con ritorni economici risibili per i comuni che ospitano le pale eoliche che per far fronte al taglio dei servizi ai comuni forniti dallo Stato accettano le imposizioni, i ricatti, le condizioni economiche poco vantaggiose imposte dalle multinazionali del vento, a cui nulla importa del benessere dell’ambiente e di quello delle popolazioni locali. Anche il progetto Galsi va inquadrato nell’ambito di una logica speculativa distante dai reali interessi dell’Isola, usata come un’immensa servitù di passaggio che sarà attraversata per 272 km da un condotto che devasterà quanto incontrerà sul suo percorso: boschi secolari, pascoli, terreni agricoli che in caso di mancato accordo con i proprietari saranno espropriati in forza di legge e aree archeologiche.

Ma ci sono anche tante altre questioni di cui si deve tener conto analizzando le condizioni dello sottosviluppo creato dall’occupazione italiana in Sardegna: la crisi economica ha determinato la ripresa massiccia dell’immigrazione giovanile verso l’Italia e gli altri Stati Europei così come il fallimento di migliaia di piccole e medie imprese. Quelle che resistono sono per la maggior parte vessate dallo strozzinaggio legalizzato perpetrato da Equitalia, l’agenzia delle entrate italiana che sta letteralmente mettendo in ginocchio la nostra Isola.

La classe politica sarda completamente asservita agli interessi d’oltremare non offre nessuna soluzione che risponda concretamente ai bisogni di questa terra. Un esempio tangibile d’inettitudine è stato offerto da tutti gli schieramenti italianisti sul fronte della Vertenza Entrate per la restituzione degli oltre 10 miliardi di euro indebitamente trattenuti dallo Stato; soldi che potrebbero essere impiegati per il rilancio dei settori maggiormente colpiti dalla crisi, e che invece non ci ritornano indietro né in termini di rimborso né di servizi alla collettività. Una vertenza che avrebbe dovuto vedere la classe politica regionale unita negli interessi della nostra isola ma che si è trovata ancora una volta contrapposta sulla base delle direttive delle segreterie romane e milanesi dei partiti di entrambi gli schieramenti. Una classe politica autonomista, subalterna e arroccata sui propri privilegi; sempre più incapace di rispondere adeguatamente agli impellenti bisogni della società sarda, e che lungi da intaccare stipendi e prebende da capogiro (tra le più alte d’Italia), per distrarre e ingannare l’opinione pubblica tenta la strada della riduzione del numero dei consiglieri regionali (da 80 a 60) allo scopo di marginalizzare il crescente dissenso popolare e diminuire così la possibilità di accesso in Regione di quelle forze politiche che presto potrebbero esser capaci di raccogliere il malessere trasformandolo in proposta politica, in alternativa ai due poli italianisti di centro destra e centro sinistra del tutto rispondenti ad interessi esterni alla Sardegna.

In conclusione occorre prendere coscienza che l’indipendenza non è che uno dei traguardi di un complesso processo politico utile a creare le condizioni di una vita migliore, le condizioni di una giustizia sociale fondata sui diritti individuali e collettivi del nostro popolo, un processo che deve rispondere alle reali necessità dei Sardi. È giusto quindi tracciare i contorni di quello che può essere un ordinamento istituzionale sul quale questa indipendenza sarà costruita, così come ritengo sia giusto rispondere in maniera adeguata alle problematiche reali della nostra isola attraverso progetti politici ed economici che si dimostrino all’altezza della gestione del territorio e delle sue risorse. È importante cioè riempire la lotta politica d’idee e valori, altrimenti potremo agitare tutte le bandiere che vogliamo, compresa quella dell’indipendenza, ma che priva di contenuto resterà sempre e solo un pezzo di stoffa.

Il maggiore sforzo che le organizzazioni indipendentiste dovranno compiere sarà dunque quello di dotarsi dei progetti di rilevanza politico-economica, tenendo conto che la Sardegna ha un gran bisogno di valorizzare la sua principale risorsa che è il territorio. In quest’ottica si può pensare a un’economia strettamente associata al turismo ambientale, a quello archeologico e culturale, così come al rilancio di settori strategici quali agricoltura, pastorizia e artigianato che attraverso i giusti e necessari investimenti possono diventare il volano di tutta l’economia sarda. Occorrerà anche predisporre un innovativo piano di “sviluppo energetico”, capace di rispondere alle reali esigenze e potenzialità della nostra terra, visto che non v’è alcun dubbio che sul piano della conquista di una piena “sovranità energetica” si giochi gran parte del nostro futuro.

Su questo versante c’è tanto da fare, non lo si può che considerare un passaggio obbligato, se realmente si vuole riuscire a portare una classe dirigente indipendentista al governo della Sardegna. Un passaggio che deve vedere le forze indipendentiste necessariamente impegnate in un processo di convergenza che miri a creare una programmazione politica e strategica comune.

Tàtari 29/10/11

Giovanni Fara

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