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giovedì 16 febbraio 2017

Al lavoro per una alternativa nazionale


L’11 febbraio scorso si è svolta a Sassari una importante giornata di studio, dibattito e confronto pubblico incentrata sui diritti dei sardi e sulla necessità di costruire nuovi percorsi di emancipazione sociale e nazionale per la Sardegna. Si è aperta una nuova fase di un percorso lungo ed articolato. Una tappa che apre uno spazio di condivisione politica nuovo. Uno spazio caratterizzato dalla necessità di affrontare temi importanti quale quello della riscrittura dello Statuto, tenendo lo sguardo sempre puntato sui problemi reali di questa terra, sui diritti collettivi dei sardi, sulla necessità di dare delle risposte politiche concrete, specialmente in un momento di grande difficoltà economica come quello attuale: viviamo in un’isola di poco più di un milione e mezzo di abitanti e abbiamo oltre 260 mila disoccupati; il 2016 ha registrato un aumento di quasi il 50% di fallimenti rispetto all’anno precedente (sono fallite ben 243 aziende), ogni anno l’isola perde oltre 5000 persone, soprattutto giovani che emigrano in cerca di lavoro e condizioni di vita dignitose che questa terra non riesce più ad offrire. Si va via via sfaldando la solidarietà sociale, ci mettono gli uni contro gli altri, emerge con sempre più evidenza una forma di razzismo che spazia dalle piazze virtuali a quelle reali.

Ci vogliono far credere che il problema dei sardi non sia l’immobilismo politico della Giunta Pigliaru, non siano le politiche della subalternità, le logiche coloniali della dipendenza e della spartizione del potere amministrativo ed economico ma i migranti che fuggono dalla guerra,  dalla fame e dalla disperazione. Si mettono in discussione i valori della solidarietà e dell’accoglienza con il rischio di disgregare la tenuta sociale delle nostre 377 comunità.

Occorre dunque fare presto. Occorre dare delle risposte politiche ai problemi che affliggono l’Isola. Occorre costruire una alternativa politica, economica e sociale allo sfacelo verso cui lo Stato Italiano ci sta inesorabilmente mandando incontro. 

La scelta di organizzare un dibattito che focalizzasse l’attenzione sui diritti dei sardi nel secolo attuale imponeva che si discutesse in maniera pragmatica delle modalità attraverso le quali renderli reali, tangibili e attuabili. Parlare di modifica dello Statuto ha aperto una riflessione circa la possibilità di avviare un processo di trasformazione della società sarda nella prospettiva della scrittura di una nostra Carta fondamentale dei diritti, di una nostra futura Carta Costituzionale. Il tutto scaturito dalla necessità di agire su uno Statuto non più attuale, inadeguato a rappresentare la realtà moderna dell’Isola. Uno Statuto rimasto in gran parte inapplicato sia perché lo Stato italiano ci impedisce sostanzialmente di esercitare una qualsiasi forma di autonomia, sia perché le classi dirigenti che si sono alternate al potere nell’Isola, hanno sempre anteposto gli interessi particolari e quelli dello Stato centrale a quelli della Sardegna, ridotta oramai ad una circoscrizione periferica, marginale e ininfluente. Questo è il dato politico emerso nel corso del lungo dibattito della giornata di sabato 11 febbraio.   

Il ritenere non più procrastinabile la riscrittura di uno Statuto vecchio di settant’anni implica l’inizio di un percorso politico indirizzato all’ottenimento di nuovi poteri e maggiori spazi di sovranità. La riscrittura dello Statuto in tal senso deve passare per il riconoscimento di due principi imprescindibili: il riconoscimento giuridico della Nazione sarda e l’affermazione del suo diritto effettivo all’esercizio dell’autodeterminazione.

Si è inteso dunque avviare un processo politico che chiama in causa la società sarda e tutte quelle forze politiche e civiche che pongono al centro delle loro battaglie la Sardegna e gli interessi dei sardi.

L’immobilismo e l’inadeguatezza politica della giunta regionale, rendono il Governatore Pigliaru un interlocutore improbabile, non adeguato ad intraprendere un simile percorso di emancipazione e di trasformazione sociale.
Impossibile non ricordare la posizione delle più alte cariche della Regione – da Pigliaru a Ganau, passando per l’appoggio incondizionato e quasi del tutto unanime dei sindaci a trazione PD – completamente appiattita sulla linea del Governo Renzi in riferimento al recente referendum costituzionale. Una posizione a sostegno di una riforma che per la Sardegna rappresentava il preludio per il totale abbattimento dell’autonomia. Se avesse vinto il Sì, non ci troveremmo oggi a discutere la possibilità di accrescimento di poteri attraverso la riscrittura dello Statuto autonomo, quanto piuttosto a riflettere sulle strategie più idonee ad impedirne la sua cancellazione.

Nel voto del Referendum Costituzionale c’è un giudizio severo nei confronti del governatore Pigliaru e della sua politica. La percentuale dei No, decisamente più alta di quella espressa a livello italiano, contiene inoltre il segno della difesa dell’autonomia. Sull’onda di quel risultato, ottenuto anche per via di una forte mobilitazione indipendentista, è possibile oggi imbastire una battaglia per l’accrescimento di poteri reali. Nessuna ratifica della Costituzione Italiana dunque, ma una piena consapevolezza che per far prevalere i diritti dei sardi occorre partecipare alle decisioni che ne determinano il futuro. Su questo tema l’indipendentismo non è venuto fuori con una voce univoca, ma l’11 febbraio scorso è emersa in maniera distinta la volontà di dare seguito ad una nuova fase di confronto politico, incentrato sul confronto democratico e indirizzato alla costruzione di un percorso di lotte comuni e condivise.

Non è certo la prima volta che si richiama all’unità dei sardi e che si fanno dei tentativi di ricomposizione strategica dell’indipendentismo. Ci sono stati vari tentativi in passato, su iniziativa dei dirigenti politici così come della base. Tentativi non andati a buon fine e che non si sono fra loro incontrati; il processo iniziato negli ultimi mesi, però, ha la possibilità di raccogliere tutte le precedenti esperienze, ha la possibilità di rendere tutti protagonisti di questo percorso di ricomposizione del movimento nazionale, riattivando chi ha perso fiducia nella politica e nella possibilità di imprimere un cambiamento nella società sarda.

Non sono in grado di affermare che quello iniziato ad ottobre dell’anno scorso in occasione della conferenza stampa svoltasi al THotel di Cagliari – proseguito con la mobilitazione contro l’inceneritore di Tossilo, la mobilitazione contro la stortura della Asl Unica a dicembre fino ad arrivare a Sassari con il dibattito sullo Statuto e i diritti dei sardi – sia un processo irreversibile, ma sono certo che l’irreversibilità di questo processo dipenda dal grado di responsabilità generazionale che saremo capaci di dimostrare e dalla volontà politica di non sottrarci ad un confronto pubblico, partecipato ed inclusivo.
Nelle ultime settimane si sono susseguite una serie di iniziative e di incontri che hanno visto al centro del dibattito la lingua sarda, la municipalità, la battaglia per la smilitarizzazione dell’Isola e ancora la prospettiva della costruzione di una alternativa politica ai partiti italiani. Il fatto che il dibattito nasca e cresca lontano dalle scadenze elettorali mette al riparo dai personalismi e dal pericolo di dare vita ad alleanze strumentali costruite unicamente sul calcolo delle potenziali percentuali di voto. Le elezioni sono, in ogni caso, una eventualità con la quale occorrerà fare i conti se si vuole dare vita ad una alternativa di governo con testa e gambe in Sardegna. È necessario perciò che tutte le componenti del movimento che si va a formare attorno al principio dell’autodeterminazione siano disposte a misurarsi sui contenuti, sui valori condivisi e sulla scelta dei metodi più idonei ad individuare i rappresentanti del movimento stesso, coinvolgendo e rendendo protagonisti della scelta i sardi con l’indizione di primarie. 

Gli indipendentisti, già alla vigilia delle precedenti elezioni, avevano tracciato un percorso di inclusione e di partecipazione attraverso assemblee e conferenze aperte che hanno permesso ai movimenti civici, ai movimenti culturali e ai singoli di concorrere fattivamente alla formazione di liste e programmi elettorali. Esperienze perfettibili e avvincenti, pur se penalizzate da una legge elettorale liberticida ed antidemocratica che andrebbe subito cambiata per permettere la rappresentatività di tutto il tessuto sociale sardo. Non possiamo tralasciare che la coalizione Sardegna Possibile e Fronte Indipendentista Unidu con le rispettive preferenze raccolte (quasi 8mila la prima e quasi 80mila la seconda) hanno conquistato la fiducia e acceso le aspettative di cambiamento di una fetta tutt’altro che esigua di sardi.

Quello intrapreso è indubbiamente l’inizio di un nuovo processo politico, con la consapevolezza che niente è realizzabile dall’oggi al domani, tantomeno l’indipendenza, ma se non si creano adesso i presupposti politici e giuridici per l’effettivo esercizio dell’autogoverno e del diritto all’autodeterminazione, tutto diventa velleitario e funzionale solamente ad uno scopo politico scandito da slogan e parole prive di significato ideale ed incapaci di trasformazioni reali.

Giovanni Fara

martedì 13 settembre 2016

A si mòere est unu deretu, no unu lussu!

“Muoversi è un diritto, non un lusso!” questo il principio ribadito nel corso della manifestazione organizzata questa mattina dagli indipendentisti del Fronte Indipendentista Unidu, Sardigna Natzione Indipendentzia e dalla Confederazione Sindacale Sarda per protestare contro la decisione della Regione Sardegna e dell’Arst di aumentare in maniera sproporzionata, ingiustificabile e irresponsabile i prezzi dei biglietti del trasporto pubblico extraurbano.


Decisione motivata dal fatto che le tariffe fossero ferme da dieci anni e con una non ben chiara “semplificazione ed armonizzazione” del sistema trasporti. Affermazioni che sulla bocca di politici e dirigenti di azienda suonano come un vero e proprio sberleffo nei confronti di quelle famiglie per i quali dal primo settembre spostarsi comporta un aggravio di spesa non indifferente rispetto al passato. Questi aumenti, infatti, risuonano come del tutto ingiustificati a fronte dei disservizi a cui l’ARST ci ha da tempo abituato. Basti pensare ai numerosi mezzi di trasporto vecchi e spesso pericolosi, al numero di tratte assolutamente insufficienti, alle fermate chiuse, all’assenza in moltissimi paesi di “Stazioni degli autobus” degne di questo nome. Il pensiero qui non può che volare immediatamente alla Stazione di Sassari, provvisoria in via Padre Ziranu dal 2008 e abbandonata ad uno stato di degrado impietoso sia dall’ARST che dall’amministrazione comunale che, dal 2008 ad oggi, non è riuscita ad individuare un luogo più adatto nel quale accogliere i viaggiatori che ogni giorno si spostano da e per Sassari.


Ma tornando ai rincari della rivoluzione dei trasporti marcata Pigliaru, ciò che suscita sgomento e preoccupazione è l’aumento sconsiderato degli abbonamenti e l’abolizione delle agevolazioni per le famiglie meno agiate. Una famiglia che ha più di uno studente a carico si trova ora a dover sostenere dei costi altissimi per mandare a studiare i propri figli. La giunta Pigliaru sta di fatto adottando una politica scellerata che mette sullo stesso piano gli studenti più svantaggiati con quelli più ricchi. Una decisione quindi assunta contro ogni logica, contro il buon senso e contro ogni forma di giustizia sociale. 


È chiaro che ci troviamo di fronte ad un vero e proprio attacco al diritto allo studio, ma c’è dell’altro: In Sardegna esiste un problema oggettivo nella gestione dei trasporti. La classe politica si riempie spesso la bocca di termini quali “diritto allo studio”, “diritto alla mobilità” o  “mobilità sostenibile” ma nei fatti attua misure tendenti a danneggiare le famiglie, i lavoratori, gli studenti che si devono spostare da una zona all’altra dell’Isola. Se in Sardegna non si possiede un’automobile non si ha la possibilità di muoversi agevolmente per l’insufficienza dei mezzi di trasporto pubblico e per l’insufficienza delle tratte. Ogni famiglia è quindi costretta a mantenere anche due o tre autovetture con tutte le conseguenze negative che questo comporta anche in termini di inquinamento ambientale. 

La Giunta Pigliaru, l’assessore ai trasporti Deiana, hanno dimostrato ampiamente di non avere alcun interesse – oltre che nessuna capacità – di dare seguito ad un piano di trasporti funzionale ed efficiente per la Sardegna. Sia in termini di trasporto interno all’Isola  che verso l’esterno. Lo hanno dimostrato con i treni superveloci e supercostosi che si fermano continuamente a causa di guasti e imprevisti, mostrando l’inefficienza imbarazzante del sistema di trasporto su rotaie. Lo hanno dimostrato con l’isolamento degli aeroporti sardi dalle grandi capitali europee e oggi lo dimostrano con un aumento inammissibile dei prezzi di trasporto di treni e autobus.

È evidente come quella attuata dalla Giunta Pigliaru sia una politica di disincentivo dell’utilizzo dei mezzi pubblici e che pertanto i primi che dovrebbero sostenere la protesta contro il caro trasporti siano proprio i dipendenti dell’ARST, che in futuro saranno i primi a pagare le conseguenze di un progressivo ed inesorabile ridimensionamento del trasporto pubblico extraurbano.

Per questo nel corso della manifestazione sono state ribadite le ragioni della protesta ed è stato chiesto a gran voce un passo indietro rispetto alla decisione presa; il ripristino del vecchio piano tariffario e l’immediata reintroduzione delle agevolazioni per anziani, famiglie e studenti meno abbienti.

Indispensabile è l’avvio nell’Isola un piano di investimenti per l’implemento del trasporto pubblico. Misure imprescindibili per impedire l’isolamento e lo spopolamento dei nostri paesi.

La protesta di questa mattina si unisce a quella degli studenti e a quella degli amministratori che già si sono espressi contro l’aumento delle tariffe dell’Arst. Protesta che, se vorrà ottenere dei risultati, dovrà essere portata avanti con determinazione  fintanto che non saranno ripristinati criteri di equità e di giustizia sociale.

Sàssari, 13/09/2016
Giovanni Fara



lunedì 29 agosto 2016

La sfida del PD sardo

Una domenica mattina di fine agosto accendo il computer e mi imbatto in uno dei tantissimi post del sindaco di Sassari Nicola Sanna che ci ripropone una sua riflessione di due anni fa, visto che nella città da lui amministrata va tutto bene e c’è spazio per occuparsi anche di questioni ben più ampie, al limite della filosofia, riguardante la sfida del PD sardo.
***
Testo:
La storia non si ripete.... quasi.
Due anni fa questa riflessione:
La sfida del PD sardo.
Alla distanza di sessanta giorni dalle primarie del 26 ottobre per scegliere un nuovo segretario regionale del PD, il quale sia autentico interprete della domanda di cambiamento che ci rivolge, ad ogni occasione, l'elettorato democratico sardo, penso che occorra dare un contributo ad una discussione congressuale che mi appare ancora troppo dimessa rispetto alle responsabilita' cui e' coinvolto un complessivo gruppo dirigente impegnato nel governo della regione, delle principali citta' e nella maggioranza dei centri minori dell'Isola.
Sono trascorsi dieci anni dall'alba di una esperienza di governo della regione, originale e densa di speranza e grandi aspettative, in parte non deluse, per una Sardegna nuova che pur basandosi sulle radici identitarie di un popolo, sulla inviolabilita' del suo patrimonio ambientale, e' riuscita a declinare -per la prima volta-, un essere isolani ma non isolati dal resto della nazione e dell Europa.
Ad un Partito nuovo e moderno, quale il PD ambisce essere, e' richiesta una progettualita', una visione, una definizione di prospettive ultradecennali non banali e comunque non limitate al successo nella prossima scadenza elettorale. Attorno a questo complesso di idee e programmi occorrono quadri dirigenti ampi e collettivi, rappresentativi di una societa' nella quale sono sempre meno apparenti le differenze e le discriminazioni di classe, ormai derubricate a semplici mancanze di pari opportunita', ma sono invece evidenti i segni dell impoverimento dei piu', che soffrono materialmente l'assenza di lavoro.
Le istituzioni e i partiti, l'Europa, con la quale si sono sviluppate negli ultimi settanta anni la pace, la democrazia e lo sviluppo economico mai conosciuti prima, appaiono incapaci a delineare il futuro di un area che, per la nostra Isola, e' di elezione primaria: il Mediterraneo. Nel rapporto con questa area geografica l'autonomia ed il federalismo sardi, assumono una dimensione che non possono solo misurare soltanto l’efficienza della pubblica amministrazione regionale ma devono rappresentare la piena consapevolezza dei cittadini sardi di poter svolgere un ruolo attivo e determinante nel panorama economico e sociale in quest'area geografica, che possa rispondere efficacemente al collasso del sistema industriale isolano, proponendo un nuovo modello di sviluppo che nel rapporto con la costa settentrionale dell Africa e dei paesi euro-mediterranei ritrovi i fondamentali economici e sociali per una nuova rinascita dell'Isola, ormai allo stremo.
In questo stretto rapporto, non possiamo lasciare che il destino della nostra Isola sia inesorabilmente segnato dal calo demografico e dal primato dei centenari, dalla nuova emigrazione dei nostri giovani e non solo; si offrirebbe cosi al Mondo un Isola vecchia e senza speranze.
La Sardegna puo' avere un destino diverso, ha potenzialità inespresse e risorse nuove a partire da quelle etiche e morali, culturali, professionali che sono fondamentali per una rinascita. La scelta di costruire una forza politica autonoma, riformista, federalista, democratica in Sardegna che sappia allargare quei confini tradizionali tipici dei partiti del novecento ad altri valori e radici di liberta' e indipendenza, e' essenziale per superare le ingiustizie che generano le piccole sovranità della quotidianità della politica locale, delle vecchie correnti di pensiero - ormai trasformate in tribu', in pacchetti di tessere o di elettorato -.
Tutto cio' genera ingiustizia, genera e lucra sul precariato di giovani che non vedono piu' l ascensore sociale generato dalla preparazione scolastica ed universitaria, dei meno giovani, spesso laureati disoccupati, di chi ha moglie e figli e a 50 anni e' espulso dal lavoro industriale o dei servizi. Dobbiamo saper reagire a questo declino, ma con le nostre forze e con le nostre prossime generazioni affinche' riacquistino, in Europa e in Italia, la dignita' di un popolo di un'Isola che non si isola, sapendo che dobbiamo costruire alleanze, senza facili concessioni, nelle istituzioni dove le decisioni che ci riguardano siano assunte con noi e non sopra di noi.
Ecco perche' serve un vero progetto di cambiamento per la Sardegna, serve un Partito Democratico Sardo che lo animi che si confonti con la nostra gente, serve un uomo o una donna che ne sia autentico interprete e protagonista insieme a tutti i sardi.

Nicola Sanna
Sindaco di SassarI
***
Parole come cambiamento, democrazia e responsabilità riferite al gruppo dirigente del PD impegnato nel governo della Regione, risuonano, mai come oggi, dense di ipocrisia e totalmente staccate dalla realtà. In particolare, risulta grottesco il riferimento al riconoscimento delle radici identitarie del Popolo sardo da parte di chi nega l’esistenza della Nazione Sarda. Alla luce di quanto fatto dal PD sardo coinvolto nel governo dell’isola per la tutela e la valorizzazione del nostro patrimonio ambientale (?), possiamo fare la conta dei danni procurati dagli incendi, con oltre quattromila ettari andati in fumo solo quest’anno per la totale assenza di opere di prevenzione e salvaguardia del territorio da parte di una giunta regionale completamente assente. Questo giusto per fare un esempio.
L’abusata dicotomia isolani/isolati rispetto alla questione Ryanair rende perfettamente l’idea di una mancata cognizione della realtà da parte del gruppo dirigente del PD, incapace di tutelare il diritto alla mobilità dei sardi e di creare un’alternativa di trasporti tale da non renderci isolati dal resto dell’Europa. Ciò che il PD ambisce ad essere e di cui parla Sanna è del tutto ridimensionato alla luce dei fatti: quello che vediamo è proprio una mancanza di progettualità, di visioni e delle prospettive che non siano banali e che non siano improntate solo ad un raggiungimento di un risultato elettorale. Nessuna prospettiva infatti di superare i modelli di sviluppo industriali e altamente inquinanti che, in tutta l’isola, hanno compromesso ben 45mila ettari di territorio.
Nel sassarese la presenza dell’industria chimica, divenuta uno dei perni dello scambio di interessi economici e clientelari, procura un incidenza tumorale del 50% più alta rispetto a quella di tutto il resto dell’isola. Ma il PD, che Sanna rappresenta, non ha mai cercato di mettere in discussione tale modello di sviluppo, pensando di pianificare una riconversione basata sulle bonifiche, la valorizzazione e il rilancio in termini economici degli oltre 20km di costa del litorale sassarese, le cui spiagge, ancora oggi, nel 2016, ospitano i residui della lavorazione industriale accanto a sdraio e ombrelloni.
Sanna afferma che: “una societa' nella quale sono sempre meno apparenti le differenze e le discriminazioni di classe, ormai derubricate a semplici mancanze di pari opportunita', ma sono invece evidenti i segni dell impoverimento dei piu', che soffrono materialmente l'assenza di lavoro.” La complessità di questa frase ci fa quasi perdere il senso del discorso, si capisce che il sindaco ha colto il problema dell’assenza di lavoro. E dire che poco tempo fa vedeva nell’emigrazione dei giovani sassaresi, addirittura delle “opportunità in più” per chi restava. Segno evidente di una grande e complessa capacità di analisi e di prospettiva che, in qualche modo, lo metteva al riparo dal fare qualcosa di concreto per chi il lavoro non ce l’ha. D'altronde è risaputo che città spopolate offrano grandi opportunità…
Parole come pace, democrazia e sviluppo economico stridono con gli oltre 35mila ettari di territorio sardo occupato da basi militari (circa il 70% dell’intero apparato militare italiano), sulle quali si addestrano gli eserciti di mezzo mondo e si sperimentano ordigni di distruzione di massa poi impiegati nei conflitti internazionali. Stridono con la ormai nota presenza della fabbrica tedesca di armi alle porte di Domusnovas, la quale vanta un giro di affari che solo nel 2015 ha raggiunto i 40milioni di euro. È evidente come il fallimento delle istituzioni autonomistiche abbia in questi ultimi settanta anni determinato la funzione strategica della Sardegna nell’ambito militare. Il richiamo di Sanna ad un ruolo “consapevole e attivo dei cittadini sardi” nello sviluppo dei rapporti economici e sociali del Mediterraneo, risuona quindi come un goffo tentativo di nascondere e scaricare sul popolo sardo i gravi fallimenti di un’amministrazione pubblica rappresentata da una classe dirigente subalterna, arrivista e totalmente incapace di progettualità e slanci ideali. 
Pensando alle clamorose vicende che hanno scosso il PD negli ultimi anni, ogni singola frase di Nicola Sanna risuona come uno slogan privo di reale significato. Voglio ricordare la rinuncia della candidatura alla carica di Governatrice della Sardegna di Francesca Barracciu quando è venuta fuori la notizia dei fondi dei rimborsi destinati ai gruppi politici utilizzati per finalità personali. Prima i 33mila euro che sarebbero stati spesi per pagarsi la benzina tra il 2006 e il 2009 – giustificazione al limite del surreale – poi gli ulteriori 81mila euro per cui è stata accusata di peculato. Accuse che per il PD devono essere sembrate di poco conto dato che alla rinuncia alla corsa per la Regione è corrisposta la nomina a Sottosegretario di Sato del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo. Voglio ricordare la condanna di Renato Soru a 3 anni per evasione fiscale che ha portato alle sue dimissioni da segretario regionale del PD e alla sospensione dal gruppo europarlamentare dei socialisti e democratici, chiaramente per non mettere in imbarazzo il partito, visto che se n’è guardato bene dal rinunciare al seggio. È ovvio che il prestigio economico derivante dal ruolo assunto nelle istituzioni, per queste persone rappresenta un valore ben più alto di qualsiasi etica e morale, nonché di qualsiasi responsabilità nei confronti della comunità.
Nicola Sanna conclude la sua riflessione con parole che hanno davvero del paradossale. Incita i sardi, o forse lo stesso PD, a reagire al declino a cui la Sardegna va incontro a causa delle politiche attuate dai partiti tradizionali, dalle consorterie che gestiscono “pacchetti di tessere o di elettorato”, quasi che il Partito Democratico possa in qualche modo tirarsi fuori da ogni responsabilità riguardo l’imbarbarimento della politica regionale. Ma è proprio di fronte a questa palese mancanza di senso della realtà e all’utilizzo continuo e inopportuno di toni da campagna elettorale permanente che i sardi dovrebbero aprire gli occhi e chiedere conto di quel che i partiti e certe personalità di spicco al governo stanno facendo per noi e per la nostra terra. Evitare di fare autocritica, rispetto al proprio operato come a quello del proprio partito, equivale nello specifico ad una accettazione dei reali rapporti di forza e di subalternità che impediscono al nostro Popolo di sfuggire ad un futuro senza speranza. Nell’intenzione di mascherare le responsabilità del PD, Nicola Sanna non aggiunge un bel niente al dibattito politico, consapevole di rappresentare, a livello cittadino, un partito la cui esistenza è funzionale solo ad interessi particolari, per di più estrani e contrastanti a quelli dei sardi.
Sàssari 28/08/2016
Giovanni Fara


lunedì 11 novembre 2013

La Maddalena: parte dal territorio la campagna elettorale del Fronte Indipendentista Unidu

di Giovanni Fara

Il Fronte Indipendentista Unidu ha scelto di cominciare la sua campagna elettorale dall’isola de La Maddalena, di fronte all’Hotel Porto Arsenale, luogo simbolo della devastazione ambientale perpetrata da decenni ai danni della Sardegna. Abbiamo deciso di partire da qui per denunciare lo sperpero dei denari dei sardi attuato da una classe politica che ha dato prova di non volersi minimamente curare del benessere e degli interessi del territorio. Abbiamo deciso di cominciare dai problemi che ci riguardano più da vicino: quello dell'occupazione militare, delle mancate bonifiche, della strafottenza di una classe politica moralmente indegna e non adeguata a rappresentare gli interessi dei Sardi. La vicinanza al territorio e il confronto diretto con le persone e i loro problemi sarà ciò che caratterizzerà tutta campagna elettorale del Fronte Indipendentista.
Quella di ieri è stata l’occasione per esprimere tutta la nostra indignazione per i termini dell’accordo siglati tra lo Stato Italiano, la Regione e il Comune de La Maddalena del 29 ottobre. Consideriamo sconcertante che il governatore Cappellacci dopo 4 anni di totale disinteresse sul problema delle mancate bonifiche gridi vittoria per aver siglato un accordo che prevede che la Regione debba spenda ben 5.400mila euro. È sconcertante vedere come il governatore Cappellacci usi toni trionfalistici e provi a farsi la campagna elettorale sulle spalle dei sardi. Abbiamo voluto denunciare il silenzio complice della Regione in una vicenda di appalti truccati a danno dell’arcipelago maddalenino. Abbiamo voluto denunciare una volta ancora il rifiuto della Regione di costituirsi parte civile per le mancate bonifiche del G8. Abbiamo voluto denunciare il silenzio del governatore Cappellacci per il mancato versamento nelle casse della Regione dei 31milioni di euro che la Mita Resort del Gruppo di Emma Marcegaglia avrebbe dovuto versare dopo essersi aggiudicata l’appalto per la riqualificazione turistica dell’hotel porto arsenale. Riteniamo sconcertante la totale mancanza di senso di responsabilità della classe politica sarda che, dopo aver procurato un danno di immagine e un danno economico non solo all’isola de La Maddalena ma a tutta la Sardegna, ora gioca a scarica barile mettendo nelle mani dell’amministrazione comunale l’attuazione delle bonifiche incompiute che dovrebbero essere realizzate in 30 mesi. Sappiamo che non saranno sufficienti gli undicimilioni di euro che lo stato dovrà spendere a metà con la Regione Sardegna per portare a termine la bonifica su un area che si estende per oltre 20mila metri quadri marini e riteniamo a maggior ragione che, l’accordo siglato, si rivelerà essere l’ennesima beffa ai danni del popolo sardo.
Il Fronte sarà in ogni caso vigile e presente, anche dopo le elezioni e per tutto il tempo che sarà necessario affinché le bonifiche vengano realmente portate a termine. Chiameremo sempre in causa chi ha attuato e di chi ha reso possibile il disastro ecologico dell’arcipelago maddalenino. Vigileremo affinché non si giochi più con il futuro di questo territorio e del suo sviluppo. Non ci siamo dimenticati delle cinquemila tonnellate di rifiuti speciali tra cui amianto, idrocarburi, metalli pesanti e perfino materiale radioattivo che sono stati sparsi in mezza Sardegna, dalla discarica de "s'ispiritu santu" di Olbia alle migliaia di metri di profondità della miniera di Canaglia nella Nurra. Non ci siamo dimenticati delle responsabilità della cricca del G8, di quelle della protezione civile e di Bertolaso. Non ci siamo dimenticati delle responsabilità della capitaneria di porto di Porto Torres, del sindaco di Porto Torres e di quello di Sassari nei cui territori e sulle cui strade sono transitati, nel silenzio di tutti, questo genere di materiali pericolosi e incompatibili con la vita dell’uomo e dell’ambiente.
Per risolvere questa politica fallimentare il Fronte ha individuato delle soluzioni che saranno presenti nel suo programma, tra cui:
1) una legge che preveda in caso di bonifica di un territorio, il diritto di prelazione per le imprese specializzate nelle bonifiche con sede legale in Sardegna da almeno tre anni;
2) il varo di una legge che renda obbligatorio che la RAS si costituisca parte civile in caso di disastro ambientale;
3) Obbligo per le ditte che vogliono installare nuovi impianti industriali impattanti, di versare alla Regione una cauzione pari la costo dello smantellamento degli impianti stessi e della bonifica del territorio.
Il Fronte si batterà affinché questo territorio ricco di bellezze e di risorse naturali possa essere riqualificato e valorizzato, perché siamo stanchi di sentirci dire che la Sardegna è una terra povera e che quindi non esiste altro modello di sviluppo se non quello dato dall’occupazione militare, dalla svendita del territorio e da modelli economici che nulla hanno a che fare con la naturale vocazione del nostro habitat. La povertà è solo nella testa di chi fin’ora ci ha governato, di chi non è stato capace di mettere in piedi un solo valido  progetto di sviluppo, di prosperità economica e di tutela ambientale.
Abbiamo aperto la nostra campagna elettorale a la Maddalena per disegnare un futuro diverso per uno degli angoli più belli e suggestivi della nostra Isola e per l’intera Sardegna. Riparte da qui, riparte dal Fonte Indipendentista Unidu, la lotta per l’emancipazione e l’indipendenza del nostro Paese.