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domenica 19 marzo 2017

Contro la speculazione sulla spiaggia di Porto Ferro


Il P.U.L . (Piano di Utilizzo dei Litorali) recentemente adottato dal comune di Sassari, prevede la realizzazione di tre stabilimenti balneari e di infrastrutture che rischiano di stravolgere irrimediabilmente il volto selvaggio e la natura incontaminata e indomabile di Porto Ferro.

In opposizione all’intenzione del Comune e in difesa del litorale è nato il comitato “Giù le mani da Porto Ferro” e tutte le associazioni e le realtà produttive che operano nell’area hanno fatto sentire la propria voce di dissenso dopo aver intravvisto in questa scelta dell’amministrazione di Sassari un pericolo concreto. Pericolo dettato da scelte unilaterali che è giusto mettere in discussione, non soltanto per salvaguardare l’ambiente da quella che si presenta come una nuova speculazione a danno del territorio, ma anche per affermare un principio di autodeterminazione e di sovranità delle nostre comunità, che dovrebbero essere sempre coinvolte nella gestione delle risorse ambientali. In tal senso è necessario pretendere un cambio di rotta radicale della politica alla guida del nostro Comune.

L’amministrazione sassarese, per l’ennesima volta, nell’approvare il P.U.L., ha agito per conto terzi, contro gli interessi del territorio, contro gli interessi dei cittadini, contro gli interessi dei lavoratori e in questo caso di tutte quelle realtà economiche che operano nella spiaggia di Porto Ferro e che hanno contribuito a renderla una meta importante senza azioni invasive e nel rispetto delle peculiarità dell’area naturalistica.
Tutte queste realtà non sono state coinvolte nelle scelte dell’amministrazione che, di fronte alle prime proteste e alle prime perplessità, non ha perso l’occasione per agitare il fantasma del “ricatto occupazionale” come strumento politico in grado di assicurare la realizzazione dei suoi propositi. Non vi è però nessuna ragione, neppure economica, per trasformare il volto di Porto Ferro, se non quella di creare nuove clientele politiche secondo una logica affaristica che pone gli interessi dei cittadini e del territorio in secondo piano rispetto a quelli della politica.

L’approvazione del PUL va ad aggiungersi poi ad altri provvedimenti che in questi ultimi tempi la giunta Sanna ha voluto approvare, spesso persino con il beneplacito di tutta l’opposizione. Uno su tutti il piano particolareggiato del centro storico che di sicuro a breve farà tanto parlare di sé.
Un aspetto, questo, importante da sottolineare perché ciò a cui stiamo assistendo in questi giorni all’interno del Comune di Sassari è una vera e propria lotta intestina al Partito Democratico, di cui a farne le spese sono i sassaresi. Una lotta fatta di dimissioni di assessori, una lotta di potere che si trascina dietro una infinita sfilza di polemiche sulla gestione del territorio e del patrimonio pubblico.
Si può dire che la tracotanza di Sanna e della sua Giunta abbiano ormai raggiunto limiti insopportabili, considerato soprattutto la distanza messa tra l’amministrazione e i cittadini, completamente esclusi, come nel caso di Porto Ferro, dalle principali decisioni che li riguardano.

La difesa del P.U.L da parte dell’ex assessore Carbini, a posteriori delle sue dimissioni, risuona di una debolezza sconcertante, dato che le stesse sono state accompagnate da una serie di critiche nei confronti della gestione dei rapporti tra il sindaco Sanna e suoi i cittadini, fatto più volte rilevato anche dalla stampa locale, cosa che ha contraddistinto evidentemente l’intero entourage del sindaco. Particolarmente sgradevoli sono risultate le critiche di esponenti della maggioranza che hanno ironizzato sul fatto che una delle ragioni della protesta e della mobilitazione contro il Piano sui litorali sia la presenza dei surfisti a Porto Ferro, dimostrando di non conoscere il territorio e, allo stesso tempo, mettendo in luce la distanza insormontabile che esiste tra la loro azione di governo e i cittadini.

Dagli indipendentisti del F.I.U. arriva l’invito a rendere questa battaglia il più estesa possibile affinché si faccia una grossa pressione sull’amministrazione comunale in modo tale da farla desistere dall’intento di portare avanti il proprio proposito, quello di trasformare Porto Ferro in una anonima provincia italiana, un non-luogo, somigliante a tanti altri dove è stato imposto un modello di turismo di massa che mal si concilia con la natura selvaggia e indomabile dell’area tra Capo dell’Argentiera e Capo Caccia. Il Fronte Indipendentista Unidu ha quindi dato la propria disponibilità a sostenere le mobilitazioni contro l’applicazione del P.U.L. attraverso la mobilitazione dei propri attivisti e la propria azione politica, con l’auspicio che questa diventi una battaglia di tutti i sassaresi e gli amanti di Porto Ferro.

Sàssari 19/03/2017



martedì 11 marzo 2014

“Oil Dogs”: le incontenibili lobby del petrolio

Le incontentabili lobby del petrolio sono pronte a setacciare come possenti “unità cinofile” un’area rettangolare di 21 mila km2 nel mare di Sardegna con l’intento di ricercare e quindi fiutare possibili idrocarburi nel sottosuolo marino. E’ questa l’ennesima e obsoleta frontiera degli “Oil Dogs”. L’area di prospezione si estende dall’Asinara sino alla costa dell’Oristanese coinvolgendo anche il tratto di mare delle isole Baleari. La zona di interesse è già da tempo entrata nell’orbita delle fameliche compagnie petrolifere che guardano al Mar Mediterraneo come un vero e proprio Eldorado. Eppure non serve l’occhio vigile di un critico d’arte per rendersi conto di quante piattaforme già stazionano come quadri d’autore nella sempre più desolata tela marina. E quello che prima era considerato un mare salubre, è oggi diventato un vero e proprio bacino dei veleni: di fatto transitano via nave oltre 350 milioni di tonnellate annue di idrocarburi; circa un 10% di petrolio deborda durante l’azione di trivellazione e un altro 3% proviene da incendi o peggio ancora da collisioni navali. Se poi consideriamo che il bacino del Mar Mediterraneo rappresenta lo 0,7% della superficie marina mondiale e che ha un tempo di rinnovamento della sua massa d’acqua superficiale di circa 80 anni, non è poi così difficile rendersi conto perché sia diventato nel tempo il mare con il più alto tasso d’inquinamento da petrolio, ma questo non sembra turbare i febbricitanti cercatori di oro nero che invece rilanciano le loro richieste di prospezione e di ricerca con la complicità di una classe politica completamente disinteressata alla salvaguardia ambientale, continuando così ad alterare un ecosistema già abbondantemente compromesso in nome di una mentalità speculativa senza limite. Tutto questo avviene oltretutto senza che si tenga minimamente conto del reale fabbisogno economico delle popolazioni che si affacciano sul Mediterraneo, alle quali non sarà arrecato alcun reale vantaggio economico e che dovranno invece subire nel lungo periodo un danno enorme in termini ambientali.

Non vi è alcuna certezza sulla quantità di idrocarburi presenti nei potenziali giacimenti nei fondali del Mediterraneo ma anche se vi fosse riteniamo che la scelta di effettuare tale ricerca dovrebbe ricadere sulle popolazioni che invece non vengono mai coinvolte dalle decisioni prese dallo stato italiano a favore evidentemente degli interessi delle multinazionali energetiche interessate.

Contrari ad ogni ipotesi di indagine esplorativa a largo delle coste sarde, sollecitiamo una fattiva convergenza d’intenti da parte di tutte le organizzazioni indipendentiste e i comitati ambientalisti sensibili alla tematica, verso un solido fronte di dissenso nei confronti dell’ennesimo scempio a danni delle nostre più preziose ricchezze naturalistiche.

Nessuno può imporre alla Sardigna forme di sfruttamento energetico lontani dal buon senso e dagli interessi collettivi del nostro popolo, specialmente dopo lo scempio ambientale creato da una selvaggia industrializzazione e modelli di sviluppo rivelatosi dannosi e fallimentari.  Auspichiamo pertanto una presa di posizione netta della RAS contro l’assalto delle compagnie energetiche sui nostri mari poiché è ormai chiaro che perseguire questi progetti significa distruggere l’identità e il futuro economico della Sardegna.

Associazione Zirichiltaggia

Approfondimenti:
È risaputo che un eventuale nuovo sistema di perforazione offshore - che poi andrebbe ad aggiungersi alla già invasiva costellazione di piattaforme fisse o mobili - comporta inevitabilmente smottamenti e tumulti del fondale marino finendo per recare danni agli organismi bentonici e non solo. La letteratura scientifica d’altra parte ha evidenziato come la prospezione geofisica con sistema di tipo – airgun o watergun – sia in grado di provocare danni relativi al sistema uditivo, alla linea laterale, alla vescica natatoria e determinare anche alterazioni sulla biologia comportamentale, sullo sviluppo embriologico e sulla fitness di pesci e mammiferi marini. Ma che cos’è la tecnica airgun? Consiste nel rilasciare aria compressa la cui energia è convertita poi in onde meccaniche che diffondono in modo continuo nel fluido ad una data velocità, raggiungendo una scala logaritmica di 210 decibel, ovvero un miliardo di volte più intenso di un concerto rock. Ma in un fondale marino il grado di tollerabilità non supera i 180 decibel come ha spiegato il fisico Maria Rita D'Orsognae, (docente universitario della CSUN Math Department di Los Angeles) e pertanto ogni sparo è da considerarsi estremamente pericoloso in quanto non solo può interferire nell’orientamento delle specie marine, basti pensare alle balene, ma d’altra parte può risultare potenzialmente letale per le diverse popolazioni che prendono parte alla comunità marina. A questa si aggiunge l’illuminante ricerca condotta dall’ISPRA - Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale – che spiega come: “il crescente livello di acidificazione dei mari, dovuto alle maggiori quantità di CO2 nell’acqua provoca un aumento dell’inquinamento acustico sottomarino, poiché ad una crescita del grado di acidità corrisponde una riduzione della capacità dell’acqua di assorbire ed attenuare le frequenze acustiche”. 

Tutto questo non solo finisce per alterare il delicato ecosistema marino, ma determina ancora una volta un incremento del grado di vulnerabilità di tutti quei punti caldi - hot spot - di biodiversità presenti all’interno del Mediteranno e che fanno di questo uno dei più importanti ecosistemi al mondo. Inoltre un impianto di perforazione sia di terra che di mare rientra tra le attività antropiche che contribuiscono all’alterazione del normale ciclo del carbonio, e questo si aggiunge ai cambiamenti di salinità e di acidificazione che i nostri oceani stanno registrando negli ultimi cinquant’anni, finendo per alterare persino il ciclo dell’acqua, uno dei più fondamentali cicli dal quale dipendono tutti gli altri. È bene perciò comprendere quanto la somma di queste possa gravare pesantemente anche  e soprattutto sul riscaldamento globale del pianeta e non solo sulla disponibilità di nutrienti all’interno di un ecosistema.

Al giorno d’oggi stiamo assistendo ad un rapido decadimento dei biosistemi non più capaci di produrre rispetto alla capacità di carico e l’intervento dell’uomo è il principale responsabile di questo repentino deficit ecologico. La vita produttiva di un pozzo poi è destinata ad esaurirsi in breve tempo e ciò comporta la necessità di effettuare seconde trivellazioni altrove per mantenere la produzione stabile. Per non parlare poi degli esorbitanti costi esponenziali di gestione e manutenzione che gli impianti di perforazione richiedono. Si entra così in un circolo vizioso senza fine, che per certi aspetti ricorda molto la controversa vicenda delle centrali nucleari.
L’azione di perforazione del suolo marino necessita poi l’utilizzo di speciali fluidi o fanghi, tra questi si annoverano: fanghi di natura sintetica (Synthetic Drilling Muds); fanghi a base di acqua (Water Drilling Muds) e fanghi a base di oli minerali (Oil Drilling Muds). In generale i fanghi agevolano da una parte la foratura del fondale, raffreddando e lubrificando lo scalpello e dall’altra consentono la risalita e la rimozione in superficie di detriti generatesi dalla frantumazione della roccia durante l’attività di scavo. Salvo poi scoprire che questi fanghi che sono difficili da smaltire se non a costi proibitivi, sono anche altamente tossici in quanto contengono elementi come: cadmio, cromo, bario, arsenico, mercurio, piombo, zinco e rame, e che per effetto cumulativo finiscono inevitabilmente per contaminare la catena alimentare. Persino i fluidi perforanti a base di acqua non sono come spesso ci vogliono far credere biodegradabili, la loro composizione presenta argille bentoniche, solfato di bario, ematite, carbonato di calcio e secondo l’EPA - Enviromental Protection Agency degli Stati Uniti d’America – si possono riscontrare anche tracce di metalli pesanti. Di fatto un secondo studio condotto dall’ente costiero governativo statunitense - National Research Council - ha dimostrato come almeno settanta miscele diverse di fluidi perforanti a base di acqua abbiano avuto effetti tossici su oltre un centinaio di specie marine. Se poi consideriamo i dati dell'OMS è possibile desumere come l'inquinamento sia la prima causa di morte nel pianeta. Ecco che, cambiare il modello energetico è diventata una necessità, una nuova frontiera da perseguire, anche perché abbiamo da sempre considerato l’ambiente come un pozzo senza fine in grado di contenere risorse illimitate, e supportare qualsiasi nostra attività maldestra, ma solo dopo che siamo stati risucchiati e abbiamo toccato il fondo ci siamo resi conto che per salvaguardare l’ambiente c’è in realtà bisogno di una chiara e forte pianificazione sociale che coinvolga tutti a discapito di un decentramento dei poteri.

Serve quindi costruire istituzioni popolari alternative che trasferiscano il controllo delle decisioni sugli investimenti nelle mani della collettività. Ad oggi il “principale architetto” della politica economica non è la popolazione ed è proprio questa l’assenza che impedisce di agire nell’immediato per la tutela del pianeta. La Sardegna da questo punto di vista ha davanti a se una grande sfida, ma questa occorre che venga raccolta e perseguita nell’interesse dei sardi da una nuova classe dirigente, attenta alle questioni ambientali e capace di valorizzare le nostre risorse naturali affinché costituiscano il volano dell’intera economia della Sardegna, e crediamo davvero che questa sia la sola strada percorribile.   

Assòtziu Zirichiltaggia
Nugòro, 09/03/2014
Edoardo Cossu



sabato 8 marzo 2014

Sardegna, un letto di veleni: "Destinazione Italia"

La morale all’inverso cui siamo abituati da decenni quando constatiamo quali decisioni vengono prese dallo Stato Italiano a danno della Sardegna e della salute del nostro popolo ci indigna fortemente non solo per l’apparente illogicità che anima certe scelte ma anche per le conseguenze che queste produrranno nel tempo.

Ci sono infatti specifiche norme, come quella contenuta al punto quattro nel decreto “Destinazione Italia”, che non lasciano dubbi riguardo l’intento. Il decreto prevede che “Se i fatti che hanno causato l’inquinamento sono antecedenti al 30 aprile 2007”, viene meno l’obbligo del risanamento ambientale. Nettamente in contrasto al diritto comunitario che afferma invece il principio secondo il quale “chi inquina paga”.

Una norma che prevede di fatto una sanatoria per le grandi aziende multinazionali che hanno seminato veleni negli ultimi cinquant’anni. In sintesi, non ci sarà nessun risarcimento per siti altamente inquinati come Sarroch, Porto Torres, Portovesme, Ottana e i poligoni militari. Ma non è tutto. A questi grandi gruppi viene addirittura riconosciuta la possibilità di ricevere dei finanziamenti a patto che s’impegnino a reindustrializzare le aree avvelenate, presentando un progetto di rilancio, gli inquinatori beneficeranno infatti di un credito d’imposta di 70 milioni di euro.

A pagare saranno come al solito i sardi che si troveranno anche a sostenere i nuovi investimenti delle grandi aziende, in virtù di logiche di sfruttamento ambientale indiscriminato e di chiaro stampo coloniale che hanno già abbondantemente compromesso la sorte del nostro territorio e della nostra gente in cambio dell’illusione di un posto di lavoro. Il futuro che abbiamo davanti ha il sapore di nuovi veleni, come quelli che verranno sparsi dalla mega centrale a biomasse che l’Eni vuole realizzare a Porto Torres con la complicità della classe politica locale, prona ad accettare passivamente qualsiasi decisione venga imposta alla nostra terra.

In particolare la vicenda di Porto Torres, che ha visto il proscioglimento dei dirigenti dell’Eni accusati di disastro ambientale, rivela come una azione combinata della magistratura e della politica italiana permetta a chi inquina e avvelena il territorio di non andare incontro ad alcuna conseguenza consistente, né sul piano economico né su quello penale.

Le indagini erano partite nel 2003, quando una forte mobilitazione di indipendentisti aveva portato alla luce lo stato di inquinamento della collina di Minciaredda. Le indagini avviate avevano accertato che la responsabilità di tale avvelenamento era da attribuire all’Eni, la quale aveva inoltre scaricato nella rete fognaria dell’impianto diverse sostanze tossiche come cadmio, mercurio, policlorobifenile, benzene, rame, zinco e cianuri la cui presenza è stata poi riscontata nelle acque del golfo di Porto Torres.

Nonostante la certezza dei responsabili, le lungaggini della giustizia italiana e i repentini cambi di stato d’accusa (da disastro doloso a colposo) hanno evitato che il processo potesse arrivare in tribunale. Non c’è quindi, per lo Stato italiano e le sue leggi, nessun responsabile, grazie all’intervenuta prescrizione. E intanto il golfo di Porto Torres resta un letto di veleni.

Sarà dunque compito degli indipendentisti tenere alto il livello di attenzione sulle tematiche ambientali e impedire che nuovi piani di depauperamento delle nostre risorse procurino l’ennesimo scempio del territorio. Prospettando una totale inversione di rotta rispetto agli attuali progetti di sottosviluppo imposti dallo Stato italiano al nostro Paese e dando inizio ad una nuova stagione di lotte sociali per il risanamento ambientale, il risarcimento dei danni subiti dalle popolazioni locali e la riconversione industriale verso modelli economici ecosostenibili. Rivolgiamo pertanto un appello a tutte le forze indipendentiste affinché esercitino una forte pressione sul nuovo governo della Sardegna, e la tutela del territorio venga posta al centro del dibattito politico.

Assòtziu Zirichiltaggia
Tàtari 07/03/2014

Foto di: Daniela Piras



domenica 30 giugno 2013

Per un Programma Sardo di Prevenzione e Tutela Ambientale

Ogni anno durante il periodo estivo in diverse zone della Sardegna divampano fiamme che puntualmente trasformano la nostra isola in una grande fornace. Tali condizioni avverse sono per meglio dire coadiuvate da tre fondamentali fattori abiotici che caratterizzano l’ambiente insulare: il clima caldo-secco, la siccità e la forte azione da parte del vento che con l’innalzamento delle temperature fanno crescere in modo esponenziale i rischi nell’isola, per cui ogni anno scatta l’allerta incendi.

Speculazione edilizia, semplici piromani, disattenzioni di troppo? È chiaro che individuarne le cause non è affatto semplice, ma la questione degli incendi è un problema che attanaglia da sempre la Sardegna e gli sforzi sin’ora fatti si sono mostrati fallimentari. Eludere il problema senza mai risolverlo alla radice ha comportato uno sperpero di risorse ed una perdita sempre maggiore del manto forestale, compromettendo una potenziale ricchezza come il turismo ambientale. È uno scenario desolante per noi Sardi e per chiunque venga da fuori osservare ettari di terreno coperti da un manto corvino. L’intero paesaggio della Sardegna mette a nudo la bellezza e la selvaggia natura dell’isola: un’enorme ricchezza costruita nei secoli che non può essere preda delle fiamme. Questo però non sembra sfiorare minimamente gli interessi di Roma, perché mentre la Sardegna brucia, lo Stato italiano come un assuefatto giocatore di Risiko, dilapida le risorse nell’acquisto di F-35 e, piuttosto che affidare alla Regione Sardegna un numero sufficiente di Canadair per fronteggiare l’emergenza, non solo li dimezza ma preferisce destinare le risorse altrove e l’assurdità di questo circolo vizioso non può essere giustificata dalle mentite spoglie di una missione di pace.  

Oggi la Sardegna non è in grado di fronteggiare calamità di questa portata. Per tanto, se lo Stato che gioca ancora all’imperialismo non è capace di garantire la copertura necessaria, è opportuno che la Sardegna prenda il pieno controllo dei propri servizi, per questo è importante sviluppare un Programma Sardo di Prevenzione e Tutela Ambientale, ma non solo. È molto importante, ad esempio, incentivare lo sviluppo di una coscienza ambientale dei sardi e dei visitatori dell’isola specialmente nei mesi estivi nei quali l’emergenza incendi si fa sentire maggiormente.   

Una adeguata coscienza ambientale dovrebbe essere favorita già durante l’infanzia. Per tanto la scuola sarda è chiamata a ricoprire un ruolo cruciale nell’educazione dei giovani. È indispensabile che maturino nel corso della loro formazione una coscienza di tutela del patrimonio ambientale anche perché al di fuori della sfera famigliare si sentano partecipi della gestione di un bene imprescindibile. Oggi giorno è necessario plasmare le responsabilità individuali di ogni cittadino attraverso un percorso formativo in modo tale che l’etica del comportamento e le azioni quotidiane siano integrate tra loro. Solo così è possibile una rivoluzione Copernicana capace di scardinare quella concezione antropocentrica che da sempre ha accompagnato l’essere umano, per fare spazio ad una più ampia prospettiva globale e collettiva.   

Nell’evitare in futuro calamità del genere occorre sviluppare un programma che garantisca la pulizia da stoppie e da residui vegetali dai cigli delle strade, i principali punti nevralgici di un potenziale incendio e per una migliore rete di soccorso può divenire utile incentivare l’esodo verso le campagne, magari attraverso la realizzazione di una rete di Cooperative Agricole Ecosostenibili che sappiano sfruttare il normale ciclo della natura attraverso l’impiego di nuove tecniche agronomiche e pastorali. In questo modo sarà possibile evitare il degrado e il depauperamento delle campagne. E’ importante evitare che la campagna venga lasciata a se stessa anche perché, promuovendo e incentivando attività come il rimboschimento, non solo è possibile depotenziare il dissesto idrogeologico, ma si può creare la base di tante attività economiche, sociali e culturali.     

La salvaguardia e la valorizzazione degli spazi verdi dell’entroterra in modo particolare, possono rappresentare una grossa fetta dell’economia isolana. Il cercare di ridurre al minimo i focolai può portare grossi benefici anche in termini di biodiversità. È risaputo ormai che l’incendio è una delle tante cause della frammentazione degli habitat, un fenomeno soprattutto antropico che negli ultimi anni è cresciuto notevolmente; questo compromette l’esistenza di molte specie, e in modo particolare la parcellizzazione dell’habitat in tante patches incrementa la vulnerabilità di tutte quelle piccole forme endemiche che caratterizzano la biodiversità insulare.  

Nùgoro 30/06/13 
Edoardo Cossu 
Assòtziu Zirichiltaggia
 

mercoledì 30 novembre 2011

GALSI: Quale impatto ambientale?

Il Galsi è una società (composta da Sonatrach, Edison, Enel, Gruppo Hera, dalla finanziaria della Regione Sardegna Sfirs e da Snam) impegnata nella realizzazione di un gasdotto lungo 830 km circa e che, partendo dalla stazione di El-Kala (Draouche in Algeria), arriva prima a Porto Botte in Sardegna, prosegue verso nord e riprende il mare presso la stazione di compressione a Olbia, per poi approdare in Toscana vicino a Piombino.

Dati alla mano, il gasdotto sarà in assoluto il più profondo mai realizzato al mondo, infatti avrà una profondità di 2.824 mt. in mare (e di circa 1,5 mt. nell’entroterra), per non parlare dell’ingente sperpero di denaro, si parla di circa 150 milioni di euro per la sua realizzazione e la Regione Sardegna è impegnata per l'11,6%. Fondi che potrebbero essere utilizzati per uno sviluppo energetico eco-compatibile, mirando alla valorizzazione delle nostre risorse naturali e allo sviluppo di una rete energetica all'avanguardia nel campo delle fonti rinnovabili, le uniche che possono liberarci l’altissimo tasso di inquinamento prodotto dall’impiego di idrocarburi che stanno rendendo la Sardegna uno dei luoghi più inquinati d’Europa.

Il gasdotto, se realizzato attraverserebbe da nord a sud il territorio Sardo, compromettendo foreste secolari, campagne, campi ad uso agricolo, potenziali siti archeologici, paesaggio terrestre e persino il delicato ecosistema marino. Tra queste ricordiamo la Poseidonia, una specie endemica del mediterraneo che ha un ruolo determinante in quelli che sono gli equilibri dell’ecosistema marino, infatti molte specie dipendono da essa. La Poseidonia vive già in alcune zone una condizione critica per via della cementificazione, lo smaltimento illegale di rifiuti speciali e le varie sperimentazioni effettuate nelle basi militari da parte degli Americani.

L’introduzione di un mostro di questa portata andrebbe a rendere vani i tentativi di ripristino effettuati dagli ecologi marini, molti dei quali lavorano presso le università Sarde. Non solo, il gasdotto agendo sul degrado di queste, amplificherebbe l’erosione costiera in modo esponenziale. Per non parlare della vulnerabilità a cui andrebbe incontro il più grande bivalve endemico del mediterraneo (Pinna Nobilis) che vedrebbe così il suo habitat compromesso.

In un intervista sulla stampa Benedetto Cristo (Biologo Marino e Presidente della Commissione Ambiente) parla della temperatura di 50°C del gas, il cui condotto passerà per certo sotto la spiaggia delle Saline nel territorio di Olbia. Ciò comporterebbe che nonostante il tubo sia coibentato la temperatura sarà pur sempre maggiore rispetto a quella del mare e sappiamo che l’acqua è un ottimo conduttore termico, una tale alterazione inciderà sicuramente su specie peciloterme - basta pensare che i pesci tropicali hanno un limite massimo di tolleranza di circa 30°C.

È vero che siamo l'unica regione a non avere il metano ma è anche vero che abbiamo a disposizione sole, vento e mare. Perché scegliere il metano se abbiamo un vantaggio di 3-1 sulla questione delle energie rinnovabili? Essendo un’isola abbiamo tanti altri modelli in fase di miglioramento che potremo installare e sfruttare sul nostro territorio. La somma di tutti i modelli di energia sostenibile possono di gran lunga produrre una rete energetica diffusa e pulita, ma anche una quantità di energia che la Sardegna potrà esportare creando delle opportunità economiche per i sardi e riducendo sensibilmente le grandi concentrazioni speculative sorte negli ultimi anni attorno alla produzione di energia eolica.

Nùgoro, 29/11/11

Edoardo Cossu


lunedì 17 ottobre 2011

Saras: Inversione di rotta

La società della famiglia Moratti inverte la rotta. Non più petrolio, ma gas naturale, questa è l’iniziativa proposta alla Regione Sardegna.

A quanto pare, da ciò che emerge dal progetto, il pozzo esplorativo sorgerà a pochi chilometri dal centro abitato di Arborea e per giunta limitrofo allo stagno di S’Ena Arrubia, importante area protetta e fondamentale punto di ritrovo per molte specie ornitiche, alcune delle quali nidificano sulle sue sponde. Non solo, la sua ricca vegetazione e l'abbondanza ittica attira tante altre specie di uccelli acquatici oltre ad ospitare numerose attività di pesca che contribuiscono all’economia locale.

Il fatto inquietante è la certezza con cui la SARAS cerca di convincerci che le possibili attività di estrazione non comporteranno conseguenze sulla salute e l’ambiente. Questa è una favoletta che solitamente le compagnie petrolifere amano propagandare. In realtà i rischi esistono anche per le estrazioni di gas. Gas e petrolio hanno infatti la stessa composizione chimica, sono entrambi fatti di molecole di carbonio e di idrogeno. Ne consegue che vi è pressappoco la stessa percentuale di rischio di inquinamento da idrocarburi dell’aria e delle falde acquifere.

Non si tiene inoltre in considerazione quella piccola percentuale di errore umano non del tutto trascurabile, visto i danni che un incidente potrebbe arrecare all’ecosistema locale. In questa eventualità le attività ittiche sarebbero compromesse e alcune specie sensibili alla più piccola variazione dei fattori ambientali come rospi e rane sarebbero molto più vulnerabili anche perché vedrebbero il proprio habitat ridursi drasticamente. È stato visto poi che molte specie ornitiche nidificanti come l’airone rosso che già di per sé vive sull’isola uno stato critico, si nutre anche di anfibi. Non solo, entrando in contatto con sostanze per nulla tollerabili, ci sarebbe il rischio di contrarre nel tempo patologie anomale e che andrebbero per giunta ad alterare la catena alimentare coinvolgendo anche l’uomo.

Il rischio è troppo alto e la questione di Sarroch, molto sentita dai pescatori della zona di Pula, il cui pescato è contaminato da idrocarburi, dimostra ancora una volta come sia preferibile scegliere altri modelli di sviluppo maggiormente compatibili con l’ambiente.

Le perplessità aumentano quando la società della famiglia Moratti spiega che: qualora non ci fosse nessuna traccia di gas naturale o l’estrazione non sia del tutto conveniente, il pozzo verrà abbandonato e saranno eseguite le dovute bonifiche per risanare la zona. Malgrado ciò, vicende passate ci portano a diffidare da certe promesse anche perché il territorio sardo è colmo di aree in cui si sarebbero dovute svolgere interventi di ripristino.

Invitiamo dunque la popolazione locale a tenere viva l’attenzione su ciò che potrebbe succedere attorno allo stagno di S’Ena Arrubia.

Nùgoro 16/10/11

Edoardo Cossu

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Foto di Alessio Niccolai


sabato 15 ottobre 2011

Parchi eolici: L’energia che vola via

Forse qualcuno si è chiesto che senso abbia, oggi, il famigerato Sapei, l’elettrodotto da record che collega la Sardegna con il Lazio, per la precisione Porto Torres con Latina, inaugurato (a Latina) il 21 marzo 2011. Il doppio cavo sottomarino capace di trasportare 1000 MW di energia elettrica era stato realizzato in tempi contenuti, 14 mesi per l’approvazione e 48 per il completamento, fatto alquanto insolito quando si parla di infrastrutture in Italia.

Il Sapei doveva servire a trasportare dalla Sardegna all’Italia l’equivalente dell’energia prodotta dalla centrale nucleare che lo Stato italiano voleva impiantare nella piana del Cirras (Oristano). Poi le cose sono andate diversamente: il referendum sardo del 15/16 maggio ha respinto ogni possibilità di installazione di centrali nucleari nell’Isola, e ora vediamo che entra in azione il piano B.

La scelta della Sardegna per ospitare le centrali nucleari, probabilmente tutte le quattro previste dal piano nucleare del governo, non era certo dettata dal caso, dato che è ormai chiaro che la politica dello Stato italiano è quella di utilizzare la nostra isola come serbatoio energetico e servitù di passaggio (vedi Galsi) a piena disposizione della penisola, oltre che come piattaforma militare, discarica per rifiuti tossici, centro per sperimentazioni industriali ecc. Una terra completamente asservita ad interessi estranei e in contrasto con i reali bisogni del Popolo Sardo e del suo territorio.

Il Sapei ormai esiste e ovviamente le imprese che hanno investito nel progetto non possono certo andare in perdita. L’opportunità di sfruttare le potenzialità del cavo si collega oggi alla volontà di installare pale eoliche un po’ ovunque secondo una logica affaristica e speculativa che poco o nulla ha a che fare con l’innovazione e la ricerca di alternative energetiche all’uso di combustibili fossili.

La Sardegna è inoltre già energeticamente autosufficiente, pertanto con l’installazione di nuovi parchi eolici vi sarà una produzione di energia in eccesso rispetto al suo reale fabbisogno, senza che ciò porti ad un ritorno economico a favore dei Sardi in termini di riduzione dei costi delle bollette. Il business dell’eolico infatti non intacca il monopolio dei produttori di energia da combustibili fossili. La crescita del numero dei parchi non è inversamente proporzionale al ridimensionamento delle industrie che ottengono l’energia con metodi tradizionali (petrolio, carbone). Questo perché non esiste da parte dell’attuale classe dirigente la volontà di dotare la Sardegna di un piano energetico che detti le regole di uno sviluppo sostenibile e perché le scelte operate in questo settore dalla giunta Cappellacci hanno di fatto aperto la strada ad una deregolamentazione che ha esposto la nostra terra alle peggiori ed infime mire speculative ed affaristiche delle multinazionali del settore energetico. Multinazionali interessate alla compravendita dei “certificati verdi” attraverso i quali ottenere il finanziamento di vere e proprie “rendite” piuttosto che di investimenti per uno sviluppo intelligente e virtuoso delle fonti di energia rinnovabile.

Tutto questo dimostra ancora una volta quanto la Sardegna sia assoggettata ad una politica coloniale di rapina e sfruttamento delle risorse. Con la complicità e l’incuranza della classe autonomistica sarda assistiamo infatti alla trasformazione di ben 4000 ettari nei territori di Buddusò e Alà dei sardi, in Gallura, in una immensa fabbrica ben “verniciata” di verde con settanta enormi torri, in quello che è stato definito uno dei parchi eolici più grandi d’Europa, e attendiamo l’approvazione di un nuovo progetto che prevede la costruzione di altre trentacinque torri alte novanta metri su 890 ettari nei territori di Ozieri.

Se non saremo capaci di far nascere nell’immediato una forte opposizione popolare a questo genere di affari assisteremo a breve alla trasformazione di intere aree prima incontaminate e di grande interesse naturalistico in vere e proprie zone industriali, a tutti gli effetti dei mostri ecologici che alla fine lasceranno sparsi ovunque nell’Isola, e sulle spalle delle comunità, una quantità enorme di rottami ferrosi da smaltire.

L’incapacità e la scarsa volontà dimostrata dalla Regione Sardegna nel saper gestire il territorio nell’interesse comune ci deve spronare a reagire, mettendo in campo le migliori energie sarde, affinché venga proposto subito un “Piano Energetico Nazionale Sardo” che definisca su quali investimenti puntare e in quale misura per il soddisfacimento del reale fabbisogno energetico della Sardegna, stabilendo infine i luoghi in cui sia possibile installare gli impianti, in un ottica certamente non contraria allo sviluppo delle energie rinnovabili ma che assicuri dei vantaggi economici e occupazionali per la nostra terra.

Anche in questo caso l’invito ad aprire una tavola di discussione sull’argomento è rivolto a tutte le formazioni indipendentiste, da sempre sensibili al problema e consapevoli che sul piano della conquista di una piena “sovranità energetica” si gioca gran parte del futuro della Sardegna.

Tàtari, 15/10/11

Daniela Piras

Giovanni Fara


mercoledì 12 ottobre 2011

Il futuro nel Pozzo

Non è stato sufficiente aver sacrificato la zona di Sarroch e ora a distanza di anni la famiglia Moratti torna sulla scena puntando decisamente la sua attenzione sulla zona dell’Oristanese. A nulla è servita la consapevolezza che l’area su cui sorge la SARAS sarebbe potuta diventare una località di grande interesse turistico-ambientale sull’isola. E mentre assistiamo all’ennesimo tentativo di saccheggio c’è chi aspetta con entusiasmo l’eruzione dell’oro nero. Al momento, la famiglia Moratti ha presentato la richiesta di autorizzazione alla Regione, e in attesa di una risposta si pensa già alle prime trivellazioni. Tutto sembra già deciso, ma un dettaglio importante sfugge. Non c’è nessuna certezza dell’esistenza di venature petrolifere sul sottosuolo dell’oristanese e anche se si decidesse di procedere con le trivellazioni senza mai trovare nulla che sia oro nero, assisteremo all’ennesima devastazione del territorio.

La Sardegna non è un laboratorio di sperimentazioni o terra di conquista. La Sardegna è un’isola popolata da oltre un milione e mezzo di persone, una Nazione che non intende scomparire dalla faccia della terra. Non possiamo più permettere che un altro spazio, per giunta importantissimo per la nostra economia, venga sfruttato solo per interessi speculativi che poco o nulla hanno a che fare con le necessità e la naturale vocazione economica del territorio. La zona di Arborea è infatti la “culla” di un gran numero di attività agricole, che in perfetta sintonia con l’ambiente rappresentano una buona fetta dell’economia isolana. L'introduzione di tipologie produttive estranee al contesto economico-ambientale, non solo comprometterebbe queste importanti realtà produttive, ma arrecherebbe pesanti e irreversibili danni all’ambiente.

Nel 1962 era già stato fatto un tentativo senza successo e ora la lobbie del petrolio ci riprova, incurante delle reali necessità del territorio e presumibilmente senza incontrare l’opposizione di una classe politica autonomista miope e per nulla capace di prospettare un futuro migliore per le nuove generazioni.

La storia di Sarroch pesa ancora oggi sulla testa di quei tanti operai che hanno sacrificato e che ancora sacrificano la loro vita per la propria famiglia, accettando quella che vorrebbero farci credere essere l’unica alternativa di lavoro possibile. La vita e la dignità umana non possono essere barattate per un posto di lavoro. Il Popolo Sardo deve essere consapevole che l’era del petrolio è ormai sulla via del tramonto e che il futuro è uno solo: le energie rinnovabili, le sole a non rappresentare un rischio per la salute della popolazione, e che certo in Sardegna non mancano.

Proprio quest’anno siamo riusciti a scongiurare l’installazione di una o più centrali nucleari, una di queste proprio nell’oristanese, e oggi non possiamo permettere che la Sardegna torni a essere preda di progetti obsoleti ed antieconomici.

Nùgoro 11/10/11

Edoardo Cossu


domenica 24 luglio 2011

Come ti rovino l’ambiente e poi te lo promuovo …senza un centesimo di risarcimento


Stamattina su rete 4, all’interno del programma “pianeta mare” abbiamo assistito ad un’interessante servizio sul territorio del sassarese, sorpresi piacevolmente di una tale attenzione, mai rivolta prima sulla città di Sassari dalle reti italiane.

Navigando su internet veniamo a conoscenza del fatto che l’interesse di “pianeta mare” fa parte di un programma di rilancio del territorio della Sardegna e delle sue coste. Il programma è frutto di un accordo tra il comune di Sassari e la multinazionale petrolifera tedesca E.On, nato dalle richieste della giunta Cappellacci per un intervento volto a rilanciare l’immagine del territorio fortemente compromessa dopo l’11 di gennaio, data in cui si erano riversati in mare oltre 55 mila litri di olio combustibile a causa di un grave incidente dovuto all’incuria e alla inadeguata manutenzione delle infrastrutture gestite dalla multinazionale tedesca.
La campagna di rilancio ha un costo per l’E.On di 54.000 euro. Con questa cifra, destinata alla Publitalia ’80 S.p.A. (concessionaria pubblicitaria delle reti Mediaset) si intende finanziare una serie di campagne pubblicitarie per compensare il danno d’immagine arrecato.
In sintesi: l’E.On versa a Publitalia ’80 S.p.A. 54.000 euro, nelle tasche dei sardi ancora niente. Pensano di farci fessi e contenti? Il problema è alla base. È per colpa di multinazionali che inquinano incredibilmente, incidenti a parte, che il litorale del sassarese non gode di buona salute e, di conseguenza, i turisti scarseggiano. Smantellare impianti obsoleti, risarcire adeguatamente il territorio per i danni causati ed effettuare le necessarie bonifiche. Questa si sarebbe un’opera di rilancio concreta.
La Sardegna si promuoverebbe benissimo da sola se non dovesse affannosamente rilanciare la propria immagine, talvolta irrimediabilmente compromessa da mostri altamente inquinanti che agiscono al di fuori di ogni possibile controllo e senso di responsabilità.
Publitalia ‘80 S.p.A. sarà sicuramente felice di creare interessanti campagne pubblicitarie, evitando accuratamente di far vedere le immagini dello scempio ambientale creato dall’E.On e da altre multinazionali e il reale stato di abbandono di tutto il litorale di Platamona, così come il degrado del centro storico di Sassari, abilmente nascosto all’occhio del telespettatore di Rete 4 ma ben visibile ai sassaresi.
Peccato che a tutte le attività commerciali e di servizi che hanno avuto pesanti ripercussioni a causa dell’incidente dell’E.On poco cambi qualche servizio sull’Argentiera e del sassarese più in generale.
Crediamo che ci vogliano interventi reali come ad esempio la chiusura o la sostituzione dei gruppi 1 e 2 che hanno provocato la marea nera di gennaio ed investimenti sulla sicurezza per scongiurare i continui incidenti che si verificano negli impianti E.On come quello che il 20 Luglio ha determinato il ricovero in ospedale di tre operai.
Non abbiamo bisogno di Publitalia ’80 ma di un ambiente vivibile e sano per rilanciare il nostro territorio, non solo costiero, e creare turismo e sviluppo economico compatibile con il nostro ambiente. Occorre una volontà politica forte e non asservita agli interessi economici delle multinazionali che in Sardegna fanno il bello e il cattivo tempo. I sassaresi, come il resto dei sardi, devono prendere in mano le redini del loro destino e divenire protagonisti delle decisioni che riguardano il territorio e il suo sviluppo, liberi da condizionamenti, clientelismi e servilismi vari.
Tàtari 24/07/11
Daniela Piras