Sàssari 19/03/2017
Contro la speculazione sulla spiaggia di Porto Ferro
Sàssari 19/03/2017

Il Galsi è una società (composta da Sonatrach, Edison, Enel, Gruppo Hera, dalla finanziaria della Regione Sardegna Sfirs e da Snam) impegnata nella realizzazione di un gasdotto lungo 830 km circa e che, partendo dalla stazione di El-Kala (Draouche in Algeria), arriva prima a Porto Botte in Sardegna, prosegue verso nord e riprende il mare presso la stazione di compressione a Olbia, per poi approdare in Toscana vicino a Piombino.
Dati alla mano, il gasdotto sarà in assoluto il più profondo mai realizzato al mondo, infatti avrà una profondità di 2.824 mt. in mare (e di circa 1,5 mt. nell’entroterra), per non parlare dell’ingente sperpero di denaro, si parla di circa 150 milioni di euro per la sua realizzazione e la Regione Sardegna è impegnata per l'11,6%. Fondi che potrebbero essere utilizzati per uno sviluppo energetico eco-compatibile, mirando alla valorizzazione delle nostre risorse naturali e allo sviluppo di una rete energetica all'avanguardia nel campo delle fonti rinnovabili, le uniche che possono liberarci l’altissimo tasso di inquinamento prodotto dall’impiego di idrocarburi che stanno rendendo la Sardegna uno dei luoghi più inquinati d’Europa.
Il gasdotto, se realizzato attraverserebbe da nord a sud il territorio Sardo, compromettendo foreste secolari, campagne, campi ad uso agricolo, potenziali siti archeologici, paesaggio terrestre e persino il delicato ecosistema marino. Tra queste ricordiamo la Poseidonia, una specie endemica del mediterraneo che ha un ruolo determinante in quelli che sono gli equilibri dell’ecosistema marino, infatti molte specie dipendono da essa. La Poseidonia vive già in alcune zone una condizione critica per via della cementificazione, lo smaltimento illegale di rifiuti speciali e le varie sperimentazioni effettuate nelle basi militari da parte degli Americani.
L’introduzione di un mostro di questa portata andrebbe a rendere vani i tentativi di ripristino effettuati dagli ecologi marini, molti dei quali lavorano presso le università Sarde. Non solo, il gasdotto agendo sul degrado di queste, amplificherebbe l’erosione costiera in modo esponenziale. Per non parlare della vulnerabilità a cui andrebbe incontro il più grande bivalve endemico del mediterraneo (Pinna Nobilis) che vedrebbe così il suo habitat compromesso.
In un intervista sulla stampa Benedetto Cristo (Biologo Marino e Presidente della Commissione Ambiente) parla della temperatura di 50°C del gas, il cui condotto passerà per certo sotto la spiaggia delle Saline nel territorio di Olbia. Ciò comporterebbe che nonostante il tubo sia coibentato la temperatura sarà pur sempre maggiore rispetto a quella del mare e sappiamo che l’acqua è un ottimo conduttore termico, una tale alterazione inciderà sicuramente su specie peciloterme - basta pensare che i pesci tropicali hanno un limite massimo di tolleranza di circa 30°C.
È vero che siamo l'unica regione a non avere il metano ma è anche vero che abbiamo a disposizione sole, vento e mare. Perché scegliere il metano se abbiamo un vantaggio di 3-1 sulla questione delle energie rinnovabili? Essendo un’isola abbiamo tanti altri modelli in fase di miglioramento che potremo installare e sfruttare sul nostro territorio. La somma di tutti i modelli di energia sostenibile possono di gran lunga produrre una rete energetica diffusa e pulita, ma anche una quantità di energia che la Sardegna potrà esportare creando delle opportunità economiche per i sardi e riducendo sensibilmente le grandi concentrazioni speculative sorte negli ultimi anni attorno alla produzione di energia eolica.
Nùgoro, 29/11/11
Edoardo Cossu

La società della famiglia Moratti inverte la rotta. Non più petrolio, ma gas naturale, questa è l’iniziativa proposta alla Regione Sardegna.
A quanto pare, da ciò che emerge dal progetto, il pozzo esplorativo sorgerà a pochi chilometri dal centro abitato di Arborea e per giunta limitrofo allo stagno di S’Ena Arrubia, importante area protetta e fondamentale punto di ritrovo per molte specie ornitiche, alcune delle quali nidificano sulle sue sponde. Non solo, la sua ricca vegetazione e l'abbondanza ittica attira tante altre specie di uccelli acquatici oltre ad ospitare numerose attività di pesca che contribuiscono all’economia locale.
Il fatto inquietante è la certezza con cui la SARAS cerca di convincerci che le possibili attività di estrazione non comporteranno conseguenze sulla salute e l’ambiente. Questa è una favoletta che solitamente le compagnie petrolifere amano propagandare. In realtà i rischi esistono anche per le estrazioni di gas. Gas e petrolio hanno infatti la stessa composizione chimica, sono entrambi fatti di molecole di carbonio e di idrogeno. Ne consegue che vi è pressappoco la stessa percentuale di rischio di inquinamento da idrocarburi dell’aria e delle falde acquifere.
Non si tiene inoltre in considerazione quella piccola percentuale di errore umano non del tutto trascurabile, visto i danni che un incidente potrebbe arrecare all’ecosistema locale. In questa eventualità le attività ittiche sarebbero compromesse e alcune specie sensibili alla più piccola variazione dei fattori ambientali come rospi e rane sarebbero molto più vulnerabili anche perché vedrebbero il proprio habitat ridursi drasticamente. È stato visto poi che molte specie ornitiche nidificanti come l’airone rosso che già di per sé vive sull’isola uno stato critico, si nutre anche di anfibi. Non solo, entrando in contatto con sostanze per nulla tollerabili, ci sarebbe il rischio di contrarre nel tempo patologie anomale e che andrebbero per giunta ad alterare la catena alimentare coinvolgendo anche l’uomo.
Il rischio è troppo alto e la questione di Sarroch, molto sentita dai pescatori della zona di Pula, il cui pescato è contaminato da idrocarburi, dimostra ancora una volta come sia preferibile scegliere altri modelli di sviluppo maggiormente compatibili con l’ambiente.
Le perplessità aumentano quando la società della famiglia Moratti spiega che: qualora non ci fosse nessuna traccia di gas naturale o l’estrazione non sia del tutto conveniente, il pozzo verrà abbandonato e saranno eseguite le dovute bonifiche per risanare la zona. Malgrado ciò, vicende passate ci portano a diffidare da certe promesse anche perché il territorio sardo è colmo di aree in cui si sarebbero dovute svolgere interventi di ripristino.
Invitiamo dunque la popolazione locale a tenere viva l’attenzione su ciò che potrebbe succedere attorno allo stagno di S’Ena Arrubia.
Nùgoro 16/10/11
Edoardo Cossu
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Foto di Alessio Niccolai

Forse qualcuno si è chiesto che senso abbia, oggi, il famigerato Sapei, l’elettrodotto da record che collega la Sardegna con il Lazio, per la precisione Porto Torres con Latina, inaugurato (a Latina) il 21 marzo 2011. Il doppio cavo sottomarino capace di trasportare 1000 MW di energia elettrica era stato realizzato in tempi contenuti, 14 mesi per l’approvazione e 48 per il completamento, fatto alquanto insolito quando si parla di infrastrutture in Italia.
Il Sapei doveva servire a trasportare dalla Sardegna all’Italia l’equivalente dell’energia prodotta dalla centrale nucleare che lo Stato italiano voleva impiantare nella piana del Cirras (Oristano). Poi le cose sono andate diversamente: il referendum sardo del 15/16 maggio ha respinto ogni possibilità di installazione di centrali nucleari nell’Isola, e ora vediamo che entra in azione il piano B.
La scelta della Sardegna per ospitare le centrali nucleari, probabilmente tutte le quattro previste dal piano nucleare del governo, non era certo dettata dal caso, dato che è ormai chiaro che la politica dello Stato italiano è quella di utilizzare la nostra isola come serbatoio energetico e servitù di passaggio (vedi Galsi) a piena disposizione della penisola, oltre che come piattaforma militare, discarica per rifiuti tossici, centro per sperimentazioni industriali ecc. Una terra completamente asservita ad interessi estranei e in contrasto con i reali bisogni del Popolo Sardo e del suo territorio.
Il Sapei ormai esiste e ovviamente le imprese che hanno investito nel progetto non possono certo andare in perdita. L’opportunità di sfruttare le potenzialità del cavo si collega oggi alla volontà di installare pale eoliche un po’ ovunque secondo una logica affaristica e speculativa che poco o nulla ha a che fare con l’innovazione e la ricerca di alternative energetiche all’uso di combustibili fossili.
La Sardegna è inoltre già energeticamente autosufficiente, pertanto con l’installazione di nuovi parchi eolici vi sarà una produzione di energia in eccesso rispetto al suo reale fabbisogno, senza che ciò porti ad un ritorno economico a favore dei Sardi in termini di riduzione dei costi delle bollette. Il business dell’eolico infatti non intacca il monopolio dei produttori di energia da combustibili fossili. La crescita del numero dei parchi non è inversamente proporzionale al ridimensionamento delle industrie che ottengono l’energia con metodi tradizionali (petrolio, carbone). Questo perché non esiste da parte dell’attuale classe dirigente la volontà di dotare la Sardegna di un piano energetico che detti le regole di uno sviluppo sostenibile e perché le scelte operate in questo settore dalla giunta Cappellacci hanno di fatto aperto la strada ad una deregolamentazione che ha esposto la nostra terra alle peggiori ed infime mire speculative ed affaristiche delle multinazionali del settore energetico. Multinazionali interessate alla compravendita dei “certificati verdi” attraverso i quali ottenere il finanziamento di vere e proprie “rendite” piuttosto che di investimenti per uno sviluppo intelligente e virtuoso delle fonti di energia rinnovabile.
Tutto questo dimostra ancora una volta quanto la Sardegna sia assoggettata ad una politica coloniale di rapina e sfruttamento delle risorse. Con la complicità e l’incuranza della classe autonomistica sarda assistiamo infatti alla trasformazione di ben 4000 ettari nei territori di Buddusò e Alà dei sardi, in Gallura, in una immensa fabbrica ben “verniciata” di verde con settanta enormi torri, in quello che è stato definito uno dei parchi eolici più grandi d’Europa, e attendiamo l’approvazione di un nuovo progetto che prevede la costruzione di altre trentacinque torri alte novanta metri su 890 ettari nei territori di Ozieri.
Se non saremo capaci di far nascere nell’immediato una forte opposizione popolare a questo genere di affari assisteremo a breve alla trasformazione di intere aree prima incontaminate e di grande interesse naturalistico in vere e proprie zone industriali, a tutti gli effetti dei mostri ecologici che alla fine lasceranno sparsi ovunque nell’Isola, e sulle spalle delle comunità, una quantità enorme di rottami ferrosi da smaltire.
L’incapacità e la scarsa volontà dimostrata dalla Regione Sardegna nel saper gestire il territorio nell’interesse comune ci deve spronare a reagire, mettendo in campo le migliori energie sarde, affinché venga proposto subito un “Piano Energetico Nazionale Sardo” che definisca su quali investimenti puntare e in quale misura per il soddisfacimento del reale fabbisogno energetico della Sardegna, stabilendo infine i luoghi in cui sia possibile installare gli impianti, in un ottica certamente non contraria allo sviluppo delle energie rinnovabili ma che assicuri dei vantaggi economici e occupazionali per la nostra terra.
Anche in questo caso l’invito ad aprire una tavola di discussione sull’argomento è rivolto a tutte le formazioni indipendentiste, da sempre sensibili al problema e consapevoli che sul piano della conquista di una piena “sovranità energetica” si gioca gran parte del futuro della Sardegna.
Tàtari, 15/10/11
Daniela Piras
Giovanni Fara

Non è stato sufficiente aver sacrificato la zona di Sarroch e ora a distanza di anni la famiglia Moratti torna sulla scena puntando decisamente la sua attenzione sulla zona dell’Oristanese. A nulla è servita la consapevolezza che l’area su cui sorge la SARAS sarebbe potuta diventare una località di grande interesse turistico-ambientale sull’isola. E mentre assistiamo all’ennesimo tentativo di saccheggio c’è chi aspetta con entusiasmo l’eruzione dell’oro nero. Al momento, la famiglia Moratti ha presentato la richiesta di autorizzazione alla Regione, e in attesa di una risposta si pensa già alle prime trivellazioni. Tutto sembra già deciso, ma un dettaglio importante sfugge. Non c’è nessuna certezza dell’esistenza di venature petrolifere sul sottosuolo dell’oristanese e anche se si decidesse di procedere con le trivellazioni senza mai trovare nulla che sia oro nero, assisteremo all’ennesima devastazione del territorio.
La Sardegna non è un laboratorio di sperimentazioni o terra di conquista. La Sardegna è un’isola popolata da oltre un milione e mezzo di persone, una Nazione che non intende scomparire dalla faccia della terra. Non possiamo più permettere che un altro spazio, per giunta importantissimo per la nostra economia, venga sfruttato solo per interessi speculativi che poco o nulla hanno a che fare con le necessità e la naturale vocazione economica del territorio. La zona di Arborea è infatti la “culla” di un gran numero di attività agricole, che in perfetta sintonia con l’ambiente rappresentano una buona fetta dell’economia isolana. L'introduzione di tipologie produttive estranee al contesto economico-ambientale, non solo comprometterebbe queste importanti realtà produttive, ma arrecherebbe pesanti e irreversibili danni all’ambiente.
Nel 1962 era già stato fatto un tentativo senza successo e ora la lobbie del petrolio ci riprova, incurante delle reali necessità del territorio e presumibilmente senza incontrare l’opposizione di una classe politica autonomista miope e per nulla capace di prospettare un futuro migliore per le nuove generazioni.
La storia di Sarroch pesa ancora oggi sulla testa di quei tanti operai che hanno sacrificato e che ancora sacrificano la loro vita per la propria famiglia, accettando quella che vorrebbero farci credere essere l’unica alternativa di lavoro possibile. La vita e la dignità umana non possono essere barattate per un posto di lavoro. Il Popolo Sardo deve essere consapevole che l’era del petrolio è ormai sulla via del tramonto e che il futuro è uno solo: le energie rinnovabili, le sole a non rappresentare un rischio per la salute della popolazione, e che certo in Sardegna non mancano.
Proprio quest’anno siamo riusciti a scongiurare l’installazione di una o più centrali nucleari, una di queste proprio nell’oristanese, e oggi non possiamo permettere che la Sardegna torni a essere preda di progetti obsoleti ed antieconomici.
Nùgoro 11/10/11
Edoardo Cossu