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domenica 17 agosto 2014

Adesione Manifestazione Nazionale Contr'a s'Ocupatzione Militare

L’Assòtziu Zirichiltaggia aderisce alla Manifestazione Nazionale Contra a s’Ocupatzione Militare indetta a Capo Frasca il 13 settembre. 
L’adesione a questa importante tappa del percorso di lotta e di emancipazione nazionale della Sardigna, attraverso il quale si promuove la smilitarizzazione dell’isola e la cultura della pace, è la conseguenza di anni di lotte intraprese dagli indipendentisti per affermare la naturale vocazione della nostra terra al dialogo, al confronto e allo scambio sociale e culturale fra i popoli del mediterraneo e tra il nord e il sud del mondo, in un’ottica politica che ribalti l’attuale ruolo di area di servizio della guerra riservataci dal colonialismo italiano.
Vogliamo affermare il nostro diritto ad un futuro di prosperità e di indipendenza nel quale solo i sardi possano decidere sull’utilizzo del proprio territorio e del proprio sviluppo socio-economico, liberi da qualsiasi condizionamento e imposizione dello stato italiano o di qualsiasi altra superpotenza che sfrutta oggi la nostra isola per scopi bellici divenuti ormai inaccettabili. Con una forte presa di posizione contro le esercitazioni israeliane intendiamo contrapporci agli interessi di uno stato che sfrutta la nostra nazione per fare affari d’oro dalle esercitazioni militari e dagli altissimi guadagni derivanti dagli affitti dei poligoni. Sarà l’occasione per vedere gli indipendentisti finalmente uniti in una manifestazione importante e determinante per la libertà e il futuro del nostro Paese, con la certezza che non venga mai più “utilizzato” per fini bellici ma che innalzi la bandiera dell’indipendenza, portavoce di uguaglianza, fratellanza fra i Popoli e libertà. 
Assòtziu politicu-culturale Zirichiltaggia
Tàtari, 17/08/2014

COMUNICATO PROMOTORI 
MANIFESTADA NATZIONALE CONDIVISA CONTRA A S'OCUPATZIONE MILITARE - CAPO FRASCA - 13 DE CAPIDANNI 

L'occupazione militare della Sardigna rappresenta un sopruso che dura da sessanta anni e che non siamo più disposti a tollerare. La nostra terra è ridotta a un campo di sperimentazione militare in cui diventa lecita qualsiasi soglia di inquinamento e viene testata qualsiasi tecnica di sterminio. Col passare del tempo lo Stato italiano intensifica il ritmo e il peso delle esercitazioni militari. L’occupazione militare rappresenta la negazione più evidente della nostra sovranità nazionale e impedisce uno sviluppo socio-economico indipendente del nostro popolo, condannano la Sardigna all'infamante ruolo di area di servizio della guerra. Vogliamo che la Sardigna diventi un'isola di pace e che il suo territorio sia assolutamente indisponibile per le esercitazioni di guerra, di qualunque esercito (compreso quello italiano) e sia interdetto a qualunque attività o presenza connesse con chi usa la guerra per aggredire altri popoli o per crimini contro i civili, colpendo ospedali, scuole, rifugi per sfollati e abitazioni civili. Chiediamo che la Sardigna sia immediatamente e per sempre interdetta all'aviazione militare israeliana. Invitiamo tutto il popolo sardo, le associazioni, i partiti e i comitati ad aderire e partecipare alla manifestazione indetta a Capo Frasca il prossimo 13 di settembre per pretendere a gran voce: 
» Il blocco immediato di tutte le esercitazioni militari. 
» Chiusura di tutte le servitù, basi e poligoni militari con la bonifica e la riconversione delle aree interessate. 

Sardigna Natzione Indipendentzia, A Manca pro s'Indipendentzia, Comitato Sardo Gettiamo le Basi, Comitato Su Giassu, Comitato Civico Su Sentidu.  
Nugoro  05/08/2014

mercoledì 30 novembre 2011

NO GALSI. Aderiamo alla manifestazione nazionale contro il gasdotto

L’Assòtziu Zirichiltaggia comunica che aderirà alla Manifestazione Nazionale contro il Galsi indetta da aMpI per sabato 10 dicembre a Cagliari, in P.za dei Centomila alle ore 10:30.

Ci saremo per manifestare il nostro dissenso contro un’opera che consideriamo pura speculazione e sperpero di risorse pubbliche. Questo progetto, in sostanza e allo stato attuale, è infatti costituito da niente di più di un lunghissimo tubo che, attraversando la Sardegna da sud a nord, devasterà quanto troverà sul suo percorso, senza neppure garantire la reale distribuzione del metano nell’Isola.

Ci batteremo per impedire la realizzazione sulla nostra terra di una nuova ed inutile servitù imposta dallo Stato Italiano e che, se realizzata, porterà ulteriore povertà e sottosviluppo.

La tutela della salvaguardia del territorio sarebbe sufficiente a giustificare la mobilitazione, ma occorre anche impedire che la realizzazione del gasdotto danneggi le economie locali sottraendo risorse alla pesca, all’agricoltura e alla pastorizia attraverso lo sbarramento di corsi d’acqua, la distruzione di boschi e l’esproprio dei terreni sui quali verrà costruito il metanodotto.

Occorre inoltre ribadire il diritto dei Sardi ad esercitare la propria Sovranità, ovvero la facoltà di decidere sul proprio territorio e sul suo utilizzo in base alla reali necessità delle nostre comunità, respingendo l’ipotesi di rendere l’isola un immenso serbatoio ad uso e consumo di interessi esterni.

Confermando la nostra contrarietà ad un progetto che non pone la Sardegna al centro del suo sviluppo, invitiamo tutti i sardi e le forze democratiche e civili a partecipare alla mobilitazione contro il Galsi per opporsi in maniera concreta e decisa a questa nuova ed ennesima imposizione calata dall’alto.

Tàtari 29/11/11

Assòtziu Zirichiltaggia


Sardegna serbatoio energetico: Un film già visto

A volte anche ciò che sembra progresso merita una riflessione in quanto deve essere collocato nel contesto reale in cui si vuole realizzare. Partendo da questa prima considerazione non possiamo che prendere atto che il metanodotto che dovrebbe attraversare la Sardegna da sud a nord per ben 272 Km arriva con circa trent’anni di ritardo rispetto alla costruzione delle reti del gas nel resto d’Europa. Aspetto tutt’altro che trascurabile se si osserva che le notizie più recenti sulla disponibilità del gas algerino, che dovrebbe rifornire l’Italia passando per la nostra Isola, risultano essere molto limitate. Si prevede infatti una riserva di gas per i soli prossimi trent’anni. Considerando che la realizzazione delle reti di distribuzione indispensabili a coprire le esigenze dell’intera Sardegna necessiteranno in media di circa 7 anni, e che ad una riduzione del metano corrisponderà un inevitabile aumento del costo, si arriva alla logica conclusione che la costruzione del metanodotto non è assolutamente conveniente e che gli investitori per non andare in perdita caricheranno gli elevati costi sui consumatori finali, con il risultato che ci troveremo ad aver pagato un prezzo altissimo in termini ambientali senza ottenere in cambio alcun reale vantaggio economico. Questo semplice ragionamento basterebbe a smontare le teorie e le notizie fuorvianti di chi promette riduzioni sostanziose dei costi energetici per l’isola.

A dimostrazione di quanto appena detto vi è anche la consapevolezza che le scorte del gas risultano talmente scarse che la stessa Algeria, a partire dal 2014, avrà seri problemi a provvedere al proprio fabbisogno interno, ragion per cui la Sonatrach, la maggior azionista del consorzio Galsi, ha messo in discussione, ad ottobre di quest’anno, la validità del progetto. Tuttavia il carrozzone affaristico composto da speculatori e faccendieri e da una classe politica di servi e di imbroglioni pare non volersi lasciar sfuggire il mega business offerto dalla costruzione di un opera totalmente inutile ma che garantisce l’accesso ad ingenti finanziamenti pubblici, e prosegue perciò nella sua campagna di completa disinformazione a favore di ciò che si rivelerà essere per la Sardegna e il per Popolo Sardo l’ennesimo inganno.

Come in un film già visto assistiamo alla realizzazione di un progetto di sfruttamento del nostro territorio deciso da altri per noi, un progetto che non ha come obiettivo centrale la Sardegna, che viene invece utilizzata come “servitù di passaggio” per la realizzazione di una colossale opera coloniale funzionale solo ad interessi esterni. Prova ne sarebbe che nel piano di realizzazione dell’opera diffuso dal Galsi si prevede solamente il gasdotto principale, e affinché il metano possa circolare in tutti i comuni dell’isola, sarà necessario l’installazione di punti di allaccio, completare la rete di distribuzione e adattare quella già esistente ad aria propanata, il tutto ovviamente a carico delle nostre comunità.

Se i sardi vorranno usufruire del metano lo dovranno acquistare a costi di mercato, così come avviene per la benzina e il gas prodotti in Sardegna dalla Saras. Ci domandiamo dunque quali siano i grandi vantaggi sbandierati dal coro unanime dei partiti unionisti, arrivati al punto di presentare il progetto come la panacea di tutti i mali dell’Isola. La verità è che, esattamente come per la vicenda del nucleare, si tengono ben nascosti i rischi che gravano sull’ambiente e le economie locali (basate sul turismo, la pesca, l’agricoltura e la pastorizia), e si vuole invece imporre ai sardi il volere unilaterale dello Stato Italiano senza interpellare le comunità sui cui graverà questa nuova enorme servitù.

Il Gasdotto non porterà inoltre nessuna occupazione in Sardegna. Le aziende sarde verranno impiegate nei sub appalti al massimo per 3 o 4 anni. La gestione vera e propria del condotto non andrà ai sardi ma al gruppo HERA di Bologna (che nella società Galsi detiene una quota del 9%), come previsto dagli accordi siglati fin dal 2006. È evidente che così come è stato progettato il Galsi non è affatto un'opportunità ma un danno. Un grosso business in mano alle multinazionali, voluto dal colonialismo italiano e avvallato da una classe politica sarda sempre più servile ed ottusa. Per ciò siamo contrari alla sua realizzazione e invitiamo i sardi a mobilitarsi contro questo ennesimo scempio delle risorse e del territorio.

Riteniamo infine che debba essere affermato il diritto di decidere del nostro Popolo su tutte le cosiddette “grandi opere” che lo Stato Italiano vorrà provare ad imporci, puntando in modo deciso su un modello energetico eco-sostenibile e alternativo all’uso di idrocarburi (ricordiamo che il metano è uno di questi e che inquina esattamente come tutti i prodotti della derivazione petrolifera), un modello basato sull’impiego e lo sviluppo delle fonti rinnovabili che quando il Galsi entrerà in funzione (non prima di 10 anni nelle ipotesi più ottimistiche), avranno costi sicuramente più competitivi e convenienti.

È finito il tempo dell’accettazione passiva delle imposizioni e delle servitù italiane presentate come possibilità di sviluppo e dietro cui si nascondono invece interessi e affari esterni all’Isola. È tempo che i sardi costruiscano il proprio futuro e il proprio benessere con la conquista di una piena Sovranità Nazionale ed Energetica dell’Isola.

Tàtari, 29/11/11

Giovanni Fara

Daniela Piras

APPROFONDIMENTI


sabato 29 ottobre 2011

Incontro-dibattito: Indipendenza: Futuro della Sardegna (Relazione di Giovanni Fara)

Incontro-dibattito

“INDIPENDENZA: FUTURO DELLA SARDEGNA”

Relazione di Giovanni Fara

È sempre piacevole ritrovarsi in un incontro per parlare d’indipendenza, per parlare del futuro della nostra terra, un tema che è evidentemente entrato nel dibattito politico della società sarda, interessando tutti gli orientamenti e gli schieramenti politici. Un tema che gli indipendentisti per primi hanno il dovere di esporre, manifestando le proprie idealità e i propri valori e ponendosi a confronto gli uni con gli altri anche allo scopo di costruire punti di convergenza politica.

È da considerare meritevole lo sforzo profuso da chi crea periodicamente occasioni d’incontro e dibattito, di cui si avverte una sempre maggiore necessità sia tra i sardi, sia tra le fila dell’indipendentismo, sempre più spinto verso un confronto serrato sui temi e su tutto quello che caratterizza la lotta per l’indipendenza delle varie organizzazioni indipendentiste sarde. Incontri nei quali è sempre più frequente la partecipazione di militanti che appartengono a una base indipendentista che non ha alcuna organizzazione di riferimento e che trova in questi spazi il luogo ideale nel quale poter arrecare il proprio contributo d’idee in termini di partecipazione attiva alla lotta per l’indipendenza della Nazione Sarda. La presente relazione ne è un esempio in quanto realizzata da un militante indipendentista non iscritto ad alcun partito o movimento ma operativo nell’ambito dei lavori di una associazione indipendentista: l’Assòtziu Zirichiltaggia. Associazione nata nel 2009 sul versante della lotta contro il nucleare in Sardigna, e oggi particolarmente attiva sia sul piano della lotta alla militarizzazione dell’Isola, sia sul piano della difesa del territorio dalla speculazione energetica, nonché nella formazione di un’area di dibattito che accoglie in modo trasversale la base indipendentista più interessata alla discussione in corso sulla convergenza nazionale.

Una prima importante riflessione riguarda il concetto d’indipendenza, per il quale si è spesso inteso un sogno romantico e velleitario, un’utopia anacronistica. Niente di più falso. L’indipendenza è quanto di più concreto un Popolo possa auspicare di raggiungere: l’idea di indipendenza è un progetto politico e in quanto tale realizzabile. L’indipendenza è un diritto fondamentale dei Popoli sancito da tutti i moderni Trattati Internazionali. Trattati sottoscritti anche dalla Repubblica Italiana, benché questa non riconosca la sua composizione plurinazionale, negando quindi l’esistenza di intere comunità etniche e nazionali inglobate nel suo Stato (Es. Sardegna, Friuli).

L’indipendenza è un'emancipazione da un potere come il colonialismo e si ottiene attraverso un processo di autodeterminazione che consiste nella possibilità di un popolo di scegliere liberamente il proprio destino, di essere l’artefice della sua storia, di acquisire una propria soggettività politica e giuridica internazionale. L’indipendenza è in tal senso da considerarsi come l’esatto contrario dell’isolazionismo. Un’accusa che spesso viene mossa strumentalmente agli indipendentisti è quella di voler isolare la Sardegna dal resto del mondo, ma questo è quanto di più distante dalla realtà. La nostra è una lotta per la conquista di poteri reali, per permetterci di gestire direttamente, senza intermediari, il nostro territorio e le nostre risorse, relazionandoci alla pari con gli altri Stati e determinando autonomamente le nostre scelte nell’ambito di una interrelazione economica, politica e culturale che oggi ci viene sistematicamente negata. Sono le attuali condizioni di dipendenza che ci impediscono di determinare ciò che è meglio per la nostra terra e per il nostro Popolo. Non abbiamo rappresentanze in Europa in grado di incidere sulle scelte degli Stati-Nazionali settecenteschi e ottocenteschi dai quali questa è essenzialmente composta. Non abbiamo la possibilità di incidere sulle decisioni economiche che altri prendono per noi, così come non possiamo mettere in discussione il ruolo geopolitico che la nostra Isola si appresta a ricoprire sullo scacchiere internazionale. Un’Isola al centro del Mediterraneo utilizzata sempre più come polo energetico e piattaforma militare, come una barriera tra il nord e il sud del mondo. Un ruolo che potremo ribaltare se solo avessimo il coraggio di lottare per la nostra indipendenza nazionale, per la costituzione di un nostro Stato Sovrano, libero di decidere con chi intrecciare le proprie relazioni economiche, politiche e culturali.

È un concetto fondamentale quello dell’autodeterminazione, utile anche a sfatare le sciocchezze, le affermazioni irresponsabili del presidente dello Stato Italiano Giorgio Napolitano che in riferimento alle mire secessioniste della Lega Nord ha recentemente affermato che “non esiste una via democratica alla secessione”. Pur non entrando nel merito dell’esistenza di un popolo padano e della propaganda leghista, tutt’altro che incline a disarcionare il potere centrale dello Stato, occorre ricordare che già con la dichiarazione d’indipendenza degli Stai Uniti dall’Inghilterra (4 luglio 1776) e con le successive formulazioni dei principi di autodeterminazione dell’ONU, il diritto internazionale riconosce la legittimità delle “Nazione di Volontà” a perseguire e proclamare la propria indipendenza statuale, un diritto considerato inalienabile per le “Nazioni Storiche” che come la Sardegna presentano delle proprie specificità territoriali, linguistiche, storiche e culturali.

La Sardegna, è finita nell’orbita italiana per un baratto di guerra, nel 1720 (nell’ambito della guerra di sucessione spagnola), ma se invece di scambiare la nostra Isola, i Savoia avessero scambiato la Sicilia, forse oggi ci saremo trovati a trattare gli stessi temi parlando una lingua differente da quella italiana, la lingua appartenente allo Stato coloniale di turno.

La Sardegna è una Nazione inglobata all’interno dello Stato Italiano, ma è pur sempre una nazione diversa da quella italiana, con la quale non ha in comune né storia né cultura. È una Nazione che è stata assoggettata, colonizzata, imprigionata dallo stato italiano ma che nel corso della sua storia, nel periodo dei giudicati (fra il IX ed il XV secolo) è stata anche una terra libera e indipendente. Oggi ci vogliono far credere che siamo italiani da sempre, servendosi di uno stucchevole revisionismo storico che punta alla cancellazione delle tracce del nostro passato, alla negazione della nostra identità e che persegue in modo incessante una politica di omologazione culturale e linguistica ignobile. Sappiamo d’esser entrati nell’orbita italiana da poco più di trecento anni ma siamo un Popolo da oltre tremila e nessuno ci ha ancora cacciato da questa terra, nessuno ha ancora completamente cancellato la nostra identità, la nostra civiltà.

Tornando alle affermazioni di Napolitano occorre chiedersi: se non esiste una via democratica alla secessione, ed evidentemente all’indipendenza, quale via dovremmo seguire? Quale, secondo Napolitano, per portare avanti un progetto politico che mira ad affermare un diritto inalienabile, il diritto di un Popolo a decidere il proprio futuro e spezzare le catene di una dipendenza che per la nostra terra, per il nostro Popolo è ormai diventata insostenibile?

L’indipendenza per la Sardegna è una necessità storica, ma non solo, è anche una necessità politica ed economica. L’indipendenza è un progetto politico che s’intende perseguire in un’ottica democratica, raccogliendo la maggioranza di consensi attorno a questo progetto, cioè il 50% + 1 dei consensi utili al conseguimento dell’indipendenza nazionale. Dobbiamo quindi poter creare le condizioni democratiche affinché la maggioranza dei sardi si riconoscano in questo progetto politico.

Lottare per l’indipendenza significa aprire un processo storico di emancipazione e di liberazione nazionale e sociale del Popolo Sardo, per attribuirci tutti quei poteri utili alla gestione del territorio e delle sue risorse, che dovrà portare gli indipendentisti al governo dell’Isola e a una trasformazione reale della società sarda, per svincolarci dai rapporti di subalternità e di sfruttamento che sono la causa dello sfacelo economico e culturale in cui si trova la nostra terra.

La causa di questo sfacelo va ricercata nelle politiche coloniali subite dalla Sardegna da più di sessant’anni. L’imposizione di un modello di sviluppo economico basato sulla chimica, negli anni sessanta ha compromesso gravemente gran parte del nostro territorio, impedendo lo sviluppo e la modernizzazione di agricoltura e pastorizia che fino a quel momento erano state al centro del nostro tessuto economico-produttivo. Tanto che i pastori ancora oggi pagano il prezzo delle scelte che la politica italiana con la complicità degli amministratori locali imposero alla nostra Isola in quegli anni. Una chimica che ha irrimediabilmente danneggiato intere aree che per la loro posizione e bellezza naturale sarebbero potute diventare dei poli di attrazione turistica internazionale. Basti pensare ai littorali di Porto Torres e Platamona nella costa nord dell’Isola o alla costa occidentale del Golfo degli Angeli dove è ubicato il comune di Sarroch nel sud Sardegna, luoghi pesantemente colpiti dall’inquinamento prodotto da due dei poli chimici più grandi d’Europa sorti nel 1964 che oggi con il loro inesorabile declino si lasciano alle spalle migliaia di cassintegrati e disoccupati. A un modello economico estraneo all’isola si accosta una politica di militarizzazione che inizia sulla fine degli anni cinquanta e che interessa ben 35 mila ettari di territorio (circa il 70% dell’intero apparato militare italiano). È chiaro come l’imposizione della chimica, l’occupazione militare, l’assimilazione culturale e linguistica, le nuove servitù militari ed energetiche che tuttora vorrebbero imporci vadano inquadrati in un contesto preciso che evidenzia il rapporto di subalternità del nostro popolo rispetto allo stato italiano, il rapporto di sfruttamento del nostro territorio ad opera dello stato italiano; un contesto nel quale i reali bisogni dei sardi non contano niente; un contesto dove si curano interessi per lo più estranei all’isola; un contesto che è sempre più caratterizzato dallo scontro di interessi tra la Nazione Sarda e quella Italiana. E mentre assistiamo allo smantellamento dei servizi da parte dello Stato, ai continui tagli ai comuni, all’impoverimento del territorio e al suo conseguente spopolamento soprattutto nelle zone interne, siamo costretti a fronteggiare la preoccupante crescita della militarizzazione dell’Isola. Si rincorrono, infatti, sempre più frequentemente le voci su un possibile ritorno degli americani a La Maddalena e sull’ampliamento del poligono militare di Teulada mentre si costruiscono nuove caserme (Es. Pratosardo a Nuoro) e si vuole imporre l’installazione di 15 Radar sulla fascia costiera dell’Isola, 4 della guardia di finanza e 11 della marina militare italiana. A tutt’oggi resta il mistero sul loro reale utilizzo. Poco chiare e convincenti risultano essere le motivazioni addotte dalle autorità competenti, le quali una volta parlano del loro impiego nella lotta all’emigrazione clandestina, pur se in relazione a località dove di immigrati non si è mai vista l’ombra a memoria d’uomo, come nel caso dell’Argentiera; un’altra volta affermano si tratti di strumenti da impiegare nella lotta al traffico di droga o armi o ancora per il controllo della navigazione marittima o della pesca illegale. Si avverte in sostanza la riluttanza a rilasciare informazioni realistiche e verificabili.

Atteggiamenti inqualificabili che non hanno impedito di scoprire che dietro l’installazione dei Radar si nasconde un immenso giro d’affari e di interessi che superano i 220 milioni di euro tra lo Stato Italiano e l’industria militare israeliana che li produce. Questi Radar infine avrebbero le stesse caratteristiche di quelli utilizzati da Israele per il controllo militare delle zone palestinesi, per colpire obiettivi militari. È logico pensare che nei progetti dell’Italia potessero servire a proteggere obiettivi sensibili, quali potevano essere le centrali nucleari che lo Stato intendeva costruire in Sardegna - forse tutte le quattro previste dal piano energetico nucleare del governo. Radar che oggi risultano utili sullo sfondo dei conflitti e degli sconvolgimenti del Nord Africa e delle guerre nelle quali l’Italia è sempre più direttamente coinvolta. Da considerare l’uso della base sarda di Decimomannu nel conflitto libico e il fatto che l’80% degli attacchi NATO sono partiti dalle basi messe a disposizione dall’Italia.

Ci dobbiamo rendere conto che la Sardegna si trova sempre più al centro di strategie militari ed energetiche che altri decidono per noi: lo vediamo con la speculazione eolica ripresa in maniera incalzante all’indomani della sconfitta del nucleare con il Referendum sardo del 15/16 maggio di quest’anno. È stato inaugurato agli inizi di ottobre il più grande parco eolico d’Europa su una superficie di 4.000 ettari nei comuni di Buddusò e Alà dei Sardi e già si pensa alla realizzazione di quello previso nella piana di Ozieri. Progetti speculativi attorno ai quali si annidano interessi milionari con ritorni economici risibili per i comuni che ospitano le pale eoliche che per far fronte al taglio dei servizi ai comuni forniti dallo Stato accettano le imposizioni, i ricatti, le condizioni economiche poco vantaggiose imposte dalle multinazionali del vento, a cui nulla importa del benessere dell’ambiente e di quello delle popolazioni locali. Anche il progetto Galsi va inquadrato nell’ambito di una logica speculativa distante dai reali interessi dell’Isola, usata come un’immensa servitù di passaggio che sarà attraversata per 272 km da un condotto che devasterà quanto incontrerà sul suo percorso: boschi secolari, pascoli, terreni agricoli che in caso di mancato accordo con i proprietari saranno espropriati in forza di legge e aree archeologiche.

Ma ci sono anche tante altre questioni di cui si deve tener conto analizzando le condizioni dello sottosviluppo creato dall’occupazione italiana in Sardegna: la crisi economica ha determinato la ripresa massiccia dell’immigrazione giovanile verso l’Italia e gli altri Stati Europei così come il fallimento di migliaia di piccole e medie imprese. Quelle che resistono sono per la maggior parte vessate dallo strozzinaggio legalizzato perpetrato da Equitalia, l’agenzia delle entrate italiana che sta letteralmente mettendo in ginocchio la nostra Isola.

La classe politica sarda completamente asservita agli interessi d’oltremare non offre nessuna soluzione che risponda concretamente ai bisogni di questa terra. Un esempio tangibile d’inettitudine è stato offerto da tutti gli schieramenti italianisti sul fronte della Vertenza Entrate per la restituzione degli oltre 10 miliardi di euro indebitamente trattenuti dallo Stato; soldi che potrebbero essere impiegati per il rilancio dei settori maggiormente colpiti dalla crisi, e che invece non ci ritornano indietro né in termini di rimborso né di servizi alla collettività. Una vertenza che avrebbe dovuto vedere la classe politica regionale unita negli interessi della nostra isola ma che si è trovata ancora una volta contrapposta sulla base delle direttive delle segreterie romane e milanesi dei partiti di entrambi gli schieramenti. Una classe politica autonomista, subalterna e arroccata sui propri privilegi; sempre più incapace di rispondere adeguatamente agli impellenti bisogni della società sarda, e che lungi da intaccare stipendi e prebende da capogiro (tra le più alte d’Italia), per distrarre e ingannare l’opinione pubblica tenta la strada della riduzione del numero dei consiglieri regionali (da 80 a 60) allo scopo di marginalizzare il crescente dissenso popolare e diminuire così la possibilità di accesso in Regione di quelle forze politiche che presto potrebbero esser capaci di raccogliere il malessere trasformandolo in proposta politica, in alternativa ai due poli italianisti di centro destra e centro sinistra del tutto rispondenti ad interessi esterni alla Sardegna.

In conclusione occorre prendere coscienza che l’indipendenza non è che uno dei traguardi di un complesso processo politico utile a creare le condizioni di una vita migliore, le condizioni di una giustizia sociale fondata sui diritti individuali e collettivi del nostro popolo, un processo che deve rispondere alle reali necessità dei Sardi. È giusto quindi tracciare i contorni di quello che può essere un ordinamento istituzionale sul quale questa indipendenza sarà costruita, così come ritengo sia giusto rispondere in maniera adeguata alle problematiche reali della nostra isola attraverso progetti politici ed economici che si dimostrino all’altezza della gestione del territorio e delle sue risorse. È importante cioè riempire la lotta politica d’idee e valori, altrimenti potremo agitare tutte le bandiere che vogliamo, compresa quella dell’indipendenza, ma che priva di contenuto resterà sempre e solo un pezzo di stoffa.

Il maggiore sforzo che le organizzazioni indipendentiste dovranno compiere sarà dunque quello di dotarsi dei progetti di rilevanza politico-economica, tenendo conto che la Sardegna ha un gran bisogno di valorizzare la sua principale risorsa che è il territorio. In quest’ottica si può pensare a un’economia strettamente associata al turismo ambientale, a quello archeologico e culturale, così come al rilancio di settori strategici quali agricoltura, pastorizia e artigianato che attraverso i giusti e necessari investimenti possono diventare il volano di tutta l’economia sarda. Occorrerà anche predisporre un innovativo piano di “sviluppo energetico”, capace di rispondere alle reali esigenze e potenzialità della nostra terra, visto che non v’è alcun dubbio che sul piano della conquista di una piena “sovranità energetica” si giochi gran parte del nostro futuro.

Su questo versante c’è tanto da fare, non lo si può che considerare un passaggio obbligato, se realmente si vuole riuscire a portare una classe dirigente indipendentista al governo della Sardegna. Un passaggio che deve vedere le forze indipendentiste necessariamente impegnate in un processo di convergenza che miri a creare una programmazione politica e strategica comune.

Tàtari 29/10/11

Giovanni Fara

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domenica 1 maggio 2011

Referendum Contro il Nucleare

Il 15 e il 16 Maggio i Sardi saranno chiamati alle urne per rispondere alla seguente domanda:

"Sei contrario all'installazione in Sardegna di centrali nucleari e siti per lo stoccaggio di scorie radioattive da esse residuate e preesistenti?"

CONTRO IL NUCLEARE: VOTA SI

Referendum consultivo promosso ai sensi della Legge Regionale n°20 del 17 Maggio 1957

IL 15 MAGGIO SI VOTA DALLE ORE 8:00 ALLE ORE 22:00

IL 16 MAGGIO SI VOTA DALLE ORE 7:00 ALLE ORE 15:00

Per la Sardegna è l'occasione non solo per riflettere su una politica energetica antieconomica e ad altissimo rischio come quella nucleare ma anche per affermare il diritto del Popolo Sardo ad esprimersi su questioni di questo tipo, il diritto di decidere sul proprio territorio e sul proprio futuro.

Abbiamo fornito il Popolo Sardo di uno strumento civile, pacifico e democratico attraverso il quale potersi esprimere.

Vogliamo affermare la SOVRANITA' del POPOLO SARDO sulla propria terra.

Vogliamo che emerga l'indisponibilità dei Sardi a cedere ulteriori fette del proprio territorio per una nuova servitù italiana che non ci serve. La nostra Isola non ha bisogno del Nucleare in quanto energeticamente è già autosufficiente.

Il nostro Popolo ha il diritto di salvaguardare il proprio territorio dai rischi che possono derivare da questa nuova imposizione.

Siamo chiamati ad una scelta di responsabilità verso le generazioni future.

Questa è una battaglia di civiltà nella quale tutti possiamo fare la nostra parte e dare un contributo.

IL 15 E IL 16 MAGGIO VOTIAMO SI CONTRO IL NUCLEARE.


domenica 27 marzo 2011

Manifestatzione Contr’a su Nucleare in Sardigna Casteddu 26 Martu 2011

È dal 4 luglio del 2010, data della sua costituzione a Santa Giusta, in provincia di Oristano, che il “comitato.si.nonucle” sta promuovendo,con assemblee e dibattiti pubblici in moltissimi comuni dell’Isola, il Referendum Contro il Nucleare che si terrà in Sardegna il 15 Maggio 2011.

Lo scopo principale del comitato è di sensibilizzare l’opinione pubblica attorno al pericolo nucleare e responsabilizzare i Sardi affinché vadano a Votare SÌ, Contro il Nucleare per permettereil raggiungimento del quorum del 33%, senza il quale la consultazione referendaria non sarebbe valida.

Quella che per molti era un’ipotesi remota(la costruzione di una centrale nucleare in Sardegna), oggi dopo il disastro nucleare in Giappone diventa una possibilità sempre più concreta.Probabilmente lo Stato Italiano ha già deciso, dove costruire le sue centrali.Lo possiamo supporrenon solo perché da più di un anno e mezzo rimbalza sui giornali la notizia che almeno una,se non due centralidovranno essere costruite in Sardegna (in un primo momento la stampa sarda annunciava la costruzione sull’Isola di tutte e quattro le nuove centrali atomiche italiane), ma soprattutto perché essendo la nostra terra non sismica e poco popolata, risulta essere per lo stato italiano il luogo più adatto dove installare i suoi impianti nucleari.

Nello specifico sarebbero state individuate almeno tre aree da utilizzare per questo scopo: la zona del Sulcis, ricca di miniere abbandonate che potrebbero essere destinate a divenire depositi di scorie radioattive, la piana del Cirras nell’Oristanese e la zona industriale di Porto Torres.

Oggi, coloro che si esprimono a favore di una politica nuclearista nell’Isola cercano di convincere i Sardi che questa è l’unica possibilità di sviluppo economico e quindi l’unica opportunità di creare nuova occupazione. Cercano di imporre alla Sardegna il nucleare così come in passato hanno imposto l’industrializzazione selvaggia: attraverso il ricatto occupazionale.

Noi riteniamo però che il futuro e la modernitànon vadano nella direzione del nucleare. Noi riteniamo che il futuro e la modernità vadano nella direzione del risanamento ambientale,verso la ricerca, in direzione dello sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili. Riteniamo che la modernità passi attraverso lo sviluppo diun modello economico ed energetico eco-sostenibile, che ponga al centro gli interessi della gente, della collettività, delle nostre comunità e non quello di affaristi e speculatori e di tutte quelle aziende che correranno ad accaparrarsi gli appalti per la costruzione delle nuove centrali nucleari italiane, e che per la loro realizzazione prenderanno inevitabilmente enormiquantitatividi denaro pubblico, perché il privato da solo non investe nel nucleare poiché si tratterebbe di un investimento troppo costoso e troppo rischioso.

Ritengo che lo stato italiano non sia nelle condizioni politiche e morali per chiedere alla Sardegna di fare un nuovo sacrificio, di accogliere una nuova servitù.La Sardegna è già energeticamente autosufficiente. La Sardegna ha già pagato un duro prezzo in termini di danni alla salute e di occupazione del territorio: prima con l’imposizione della chimica, negli anni sessanta, che ha gravemente danneggiato lo sviluppo dell’intero comparto agropastorale e in certi casi irrimediabilmente compromesso intere aree a chiara vocazione turistica; poi con l’occupazione militare che interessa ben 35mila ettari di territorio, il 70% dell’intero apparato militare italiano. Questo è colonialismo!

L’imposizione della chimica, l’occupazione militare e la nuova servitù nucleare che oggi l’Italia vuole imporre alla nostra terra vanno inquadrati all’interno di un contesto ben preciso, nel quale emerge con chiarezza il rapporto di subalternità del nostro popolo rispetto allo stato italiano, il rapporto di sfruttamento del nostro territorio ad opera dello stato italiano.Un contesto nel quale i reali bisogni dei Sardi non contano niente e nel quale invece emergonoin maniera sempre più netta, la contrapposizione e lo scontrodi interessi fra la Nazione Sarda e la Nazione Italiana.

Attraverso il Referendum Contro il Nucleare i Sardi avranno la possibilità di esprimere il proprio dissenso, un dissenso di cui lo stato, in caso di vittoria del SÌ,non potrà non tener conto. Questo referendum è uno strumento democratico, pacifico e civile attraverso il quale poter affermare un principio di Sovranità,il diritto dei Sardi di decidere sopra questioni di questo tipo.Il diritto del nostro Popolo di progettare il proprio futuro, di essere protagonista della propria storia.

Attraverso questo Referendum possiamo fare emergere in maniera chiara l’indisponibilità del Popolo Sardo a cedere ulteriori fette del proprio territorio per una nuova imposizione e una nuova servitù dello stato italiano.

Noi siamo contro il nucleare in Sardegna ma siamo anche contro il nucleare da qualsiasi altra parte del mondo perché consapevoli che si tratta di una scelta antieconomica e ad altissimo rischio. Crediamo che il modo più giusto per sensibilizzare l’opinione pubblica mondiale attorno ai pericoli del nucleare sia prima di tutto responsabilizzare noi stessi, respingendo con forza l’idea del nucleare sulla nostra terra.

Se fosse costruita una centrale atomica o anche un solo deposito di scorie in Sardegna, dobbiamo pensare alle ricadute negative che si avrebberosul comparto agro-pastorale e su quello turistico,così come al fatto che ad essere compromessa sarebbela qualità stessa della nostra vita. Dobbiamo pensare che in caso di incidente grave, ciò che verrebbe messo a rischio sarebbe la sopravvivenza stessa del Popolo Sardo, lasopravvivenza stessa della vita su quest’Isola.

In una giornata importante come quella del 26 marzo non si poteva non ricordare che la nostra Isola è anche al centro delle operazioni militari contro la Libia, sulla quale oggi l’Occidente sta sganciando bombe all’uranio impoverito. Le chiamano bombe intelligenti, vogliono farci credere che non stanno arrecando nessun danno alla popolazione civile, ma sappiamo bene che gli effetti distruttivi che questa guerra causerà alla salute del popolo libico e a quella di quel territorio si vedranno fra qualche anno.

In Sardegna, attorno al poligono militare di Quirra, dove si combatte una guerra simulata e dove sappiamo per certo che è stato utilizzato uranio impoverito, ci si ammala di leucemia e si muore. È quindi ragionevole supporre che in Libia, dove si combatte una guerra vera, i danni saranno parecchi e devastanti.

Diversi caccia bombardieri sono partiti dalla Sardegna, da Decimomannu.Ai Sardi però non è stato chiesto cosa ne pensassero di questa guerra. Noi ci troviamo coinvolti in una guerra che non è nostra, ci troviamo nostro malgrado costretti a vedere utilizzato il nostroterritorio per scopi militari nonostante la Sardegna da sempre rifiuti la guerra, nonostante i Sardi siano un popolo pacifico.

Non abbiamo nessuna voce in capitolo per decidere sull’utilizzo del nostro territorio, ed ecco perché oggi più che mai dobbiamo sentire l’esigenza di affermare un principio di Sovranità. Il Referendum Contro il Nucleare è un Referendum per la Sovranità.

Siamochiamati ad un gesto di responsabilità in difesa della dignità del nostro Popolo, in difesa del nostro Habitat e della nostra libertà di decidere sul nostro territorio.

Insistono con la Sardegna, fannoparlare scienziati sul libro paga delle multinazionali che hanno interessi nel nucleare, come Veronesi o Margherita Hack, alla quale il 26 marzo abbiamo ricordato che questa Isola è abitata da un Popolo e non è un’isola deserta;Insistono che qui non c’è pericolo di terremoti, ma si sbagliano: il primo terremoto credo si sia avvertito grazie a quelle 4000 persone che insieme hanno manifestato contro il nucleare.

Non gli permetteremo, neanche fra un anno, dopo la moratoria, di mettere nemmeno una pietra di una centrale!

Tàtari 27/03/2011

Giovanni Fara