sabato 29 ottobre 2011

Incontro-dibattito: Indipendenza: Futuro della Sardegna (Relazione di Giovanni Fara)

Incontro-dibattito

“INDIPENDENZA: FUTURO DELLA SARDEGNA”

Relazione di Giovanni Fara

È sempre piacevole ritrovarsi in un incontro per parlare d’indipendenza, per parlare del futuro della nostra terra, un tema che è evidentemente entrato nel dibattito politico della società sarda, interessando tutti gli orientamenti e gli schieramenti politici. Un tema che gli indipendentisti per primi hanno il dovere di esporre, manifestando le proprie idealità e i propri valori e ponendosi a confronto gli uni con gli altri anche allo scopo di costruire punti di convergenza politica.

È da considerare meritevole lo sforzo profuso da chi crea periodicamente occasioni d’incontro e dibattito, di cui si avverte una sempre maggiore necessità sia tra i sardi, sia tra le fila dell’indipendentismo, sempre più spinto verso un confronto serrato sui temi e su tutto quello che caratterizza la lotta per l’indipendenza delle varie organizzazioni indipendentiste sarde. Incontri nei quali è sempre più frequente la partecipazione di militanti che appartengono a una base indipendentista che non ha alcuna organizzazione di riferimento e che trova in questi spazi il luogo ideale nel quale poter arrecare il proprio contributo d’idee in termini di partecipazione attiva alla lotta per l’indipendenza della Nazione Sarda. La presente relazione ne è un esempio in quanto realizzata da un militante indipendentista non iscritto ad alcun partito o movimento ma operativo nell’ambito dei lavori di una associazione indipendentista: l’Assòtziu Zirichiltaggia. Associazione nata nel 2009 sul versante della lotta contro il nucleare in Sardigna, e oggi particolarmente attiva sia sul piano della lotta alla militarizzazione dell’Isola, sia sul piano della difesa del territorio dalla speculazione energetica, nonché nella formazione di un’area di dibattito che accoglie in modo trasversale la base indipendentista più interessata alla discussione in corso sulla convergenza nazionale.

Una prima importante riflessione riguarda il concetto d’indipendenza, per il quale si è spesso inteso un sogno romantico e velleitario, un’utopia anacronistica. Niente di più falso. L’indipendenza è quanto di più concreto un Popolo possa auspicare di raggiungere: l’idea di indipendenza è un progetto politico e in quanto tale realizzabile. L’indipendenza è un diritto fondamentale dei Popoli sancito da tutti i moderni Trattati Internazionali. Trattati sottoscritti anche dalla Repubblica Italiana, benché questa non riconosca la sua composizione plurinazionale, negando quindi l’esistenza di intere comunità etniche e nazionali inglobate nel suo Stato (Es. Sardegna, Friuli).

L’indipendenza è un'emancipazione da un potere come il colonialismo e si ottiene attraverso un processo di autodeterminazione che consiste nella possibilità di un popolo di scegliere liberamente il proprio destino, di essere l’artefice della sua storia, di acquisire una propria soggettività politica e giuridica internazionale. L’indipendenza è in tal senso da considerarsi come l’esatto contrario dell’isolazionismo. Un’accusa che spesso viene mossa strumentalmente agli indipendentisti è quella di voler isolare la Sardegna dal resto del mondo, ma questo è quanto di più distante dalla realtà. La nostra è una lotta per la conquista di poteri reali, per permetterci di gestire direttamente, senza intermediari, il nostro territorio e le nostre risorse, relazionandoci alla pari con gli altri Stati e determinando autonomamente le nostre scelte nell’ambito di una interrelazione economica, politica e culturale che oggi ci viene sistematicamente negata. Sono le attuali condizioni di dipendenza che ci impediscono di determinare ciò che è meglio per la nostra terra e per il nostro Popolo. Non abbiamo rappresentanze in Europa in grado di incidere sulle scelte degli Stati-Nazionali settecenteschi e ottocenteschi dai quali questa è essenzialmente composta. Non abbiamo la possibilità di incidere sulle decisioni economiche che altri prendono per noi, così come non possiamo mettere in discussione il ruolo geopolitico che la nostra Isola si appresta a ricoprire sullo scacchiere internazionale. Un’Isola al centro del Mediterraneo utilizzata sempre più come polo energetico e piattaforma militare, come una barriera tra il nord e il sud del mondo. Un ruolo che potremo ribaltare se solo avessimo il coraggio di lottare per la nostra indipendenza nazionale, per la costituzione di un nostro Stato Sovrano, libero di decidere con chi intrecciare le proprie relazioni economiche, politiche e culturali.

È un concetto fondamentale quello dell’autodeterminazione, utile anche a sfatare le sciocchezze, le affermazioni irresponsabili del presidente dello Stato Italiano Giorgio Napolitano che in riferimento alle mire secessioniste della Lega Nord ha recentemente affermato che “non esiste una via democratica alla secessione”. Pur non entrando nel merito dell’esistenza di un popolo padano e della propaganda leghista, tutt’altro che incline a disarcionare il potere centrale dello Stato, occorre ricordare che già con la dichiarazione d’indipendenza degli Stai Uniti dall’Inghilterra (4 luglio 1776) e con le successive formulazioni dei principi di autodeterminazione dell’ONU, il diritto internazionale riconosce la legittimità delle “Nazione di Volontà” a perseguire e proclamare la propria indipendenza statuale, un diritto considerato inalienabile per le “Nazioni Storiche” che come la Sardegna presentano delle proprie specificità territoriali, linguistiche, storiche e culturali.

La Sardegna, è finita nell’orbita italiana per un baratto di guerra, nel 1720 (nell’ambito della guerra di sucessione spagnola), ma se invece di scambiare la nostra Isola, i Savoia avessero scambiato la Sicilia, forse oggi ci saremo trovati a trattare gli stessi temi parlando una lingua differente da quella italiana, la lingua appartenente allo Stato coloniale di turno.

La Sardegna è una Nazione inglobata all’interno dello Stato Italiano, ma è pur sempre una nazione diversa da quella italiana, con la quale non ha in comune né storia né cultura. È una Nazione che è stata assoggettata, colonizzata, imprigionata dallo stato italiano ma che nel corso della sua storia, nel periodo dei giudicati (fra il IX ed il XV secolo) è stata anche una terra libera e indipendente. Oggi ci vogliono far credere che siamo italiani da sempre, servendosi di uno stucchevole revisionismo storico che punta alla cancellazione delle tracce del nostro passato, alla negazione della nostra identità e che persegue in modo incessante una politica di omologazione culturale e linguistica ignobile. Sappiamo d’esser entrati nell’orbita italiana da poco più di trecento anni ma siamo un Popolo da oltre tremila e nessuno ci ha ancora cacciato da questa terra, nessuno ha ancora completamente cancellato la nostra identità, la nostra civiltà.

Tornando alle affermazioni di Napolitano occorre chiedersi: se non esiste una via democratica alla secessione, ed evidentemente all’indipendenza, quale via dovremmo seguire? Quale, secondo Napolitano, per portare avanti un progetto politico che mira ad affermare un diritto inalienabile, il diritto di un Popolo a decidere il proprio futuro e spezzare le catene di una dipendenza che per la nostra terra, per il nostro Popolo è ormai diventata insostenibile?

L’indipendenza per la Sardegna è una necessità storica, ma non solo, è anche una necessità politica ed economica. L’indipendenza è un progetto politico che s’intende perseguire in un’ottica democratica, raccogliendo la maggioranza di consensi attorno a questo progetto, cioè il 50% + 1 dei consensi utili al conseguimento dell’indipendenza nazionale. Dobbiamo quindi poter creare le condizioni democratiche affinché la maggioranza dei sardi si riconoscano in questo progetto politico.

Lottare per l’indipendenza significa aprire un processo storico di emancipazione e di liberazione nazionale e sociale del Popolo Sardo, per attribuirci tutti quei poteri utili alla gestione del territorio e delle sue risorse, che dovrà portare gli indipendentisti al governo dell’Isola e a una trasformazione reale della società sarda, per svincolarci dai rapporti di subalternità e di sfruttamento che sono la causa dello sfacelo economico e culturale in cui si trova la nostra terra.

La causa di questo sfacelo va ricercata nelle politiche coloniali subite dalla Sardegna da più di sessant’anni. L’imposizione di un modello di sviluppo economico basato sulla chimica, negli anni sessanta ha compromesso gravemente gran parte del nostro territorio, impedendo lo sviluppo e la modernizzazione di agricoltura e pastorizia che fino a quel momento erano state al centro del nostro tessuto economico-produttivo. Tanto che i pastori ancora oggi pagano il prezzo delle scelte che la politica italiana con la complicità degli amministratori locali imposero alla nostra Isola in quegli anni. Una chimica che ha irrimediabilmente danneggiato intere aree che per la loro posizione e bellezza naturale sarebbero potute diventare dei poli di attrazione turistica internazionale. Basti pensare ai littorali di Porto Torres e Platamona nella costa nord dell’Isola o alla costa occidentale del Golfo degli Angeli dove è ubicato il comune di Sarroch nel sud Sardegna, luoghi pesantemente colpiti dall’inquinamento prodotto da due dei poli chimici più grandi d’Europa sorti nel 1964 che oggi con il loro inesorabile declino si lasciano alle spalle migliaia di cassintegrati e disoccupati. A un modello economico estraneo all’isola si accosta una politica di militarizzazione che inizia sulla fine degli anni cinquanta e che interessa ben 35 mila ettari di territorio (circa il 70% dell’intero apparato militare italiano). È chiaro come l’imposizione della chimica, l’occupazione militare, l’assimilazione culturale e linguistica, le nuove servitù militari ed energetiche che tuttora vorrebbero imporci vadano inquadrati in un contesto preciso che evidenzia il rapporto di subalternità del nostro popolo rispetto allo stato italiano, il rapporto di sfruttamento del nostro territorio ad opera dello stato italiano; un contesto nel quale i reali bisogni dei sardi non contano niente; un contesto dove si curano interessi per lo più estranei all’isola; un contesto che è sempre più caratterizzato dallo scontro di interessi tra la Nazione Sarda e quella Italiana. E mentre assistiamo allo smantellamento dei servizi da parte dello Stato, ai continui tagli ai comuni, all’impoverimento del territorio e al suo conseguente spopolamento soprattutto nelle zone interne, siamo costretti a fronteggiare la preoccupante crescita della militarizzazione dell’Isola. Si rincorrono, infatti, sempre più frequentemente le voci su un possibile ritorno degli americani a La Maddalena e sull’ampliamento del poligono militare di Teulada mentre si costruiscono nuove caserme (Es. Pratosardo a Nuoro) e si vuole imporre l’installazione di 15 Radar sulla fascia costiera dell’Isola, 4 della guardia di finanza e 11 della marina militare italiana. A tutt’oggi resta il mistero sul loro reale utilizzo. Poco chiare e convincenti risultano essere le motivazioni addotte dalle autorità competenti, le quali una volta parlano del loro impiego nella lotta all’emigrazione clandestina, pur se in relazione a località dove di immigrati non si è mai vista l’ombra a memoria d’uomo, come nel caso dell’Argentiera; un’altra volta affermano si tratti di strumenti da impiegare nella lotta al traffico di droga o armi o ancora per il controllo della navigazione marittima o della pesca illegale. Si avverte in sostanza la riluttanza a rilasciare informazioni realistiche e verificabili.

Atteggiamenti inqualificabili che non hanno impedito di scoprire che dietro l’installazione dei Radar si nasconde un immenso giro d’affari e di interessi che superano i 220 milioni di euro tra lo Stato Italiano e l’industria militare israeliana che li produce. Questi Radar infine avrebbero le stesse caratteristiche di quelli utilizzati da Israele per il controllo militare delle zone palestinesi, per colpire obiettivi militari. È logico pensare che nei progetti dell’Italia potessero servire a proteggere obiettivi sensibili, quali potevano essere le centrali nucleari che lo Stato intendeva costruire in Sardegna - forse tutte le quattro previste dal piano energetico nucleare del governo. Radar che oggi risultano utili sullo sfondo dei conflitti e degli sconvolgimenti del Nord Africa e delle guerre nelle quali l’Italia è sempre più direttamente coinvolta. Da considerare l’uso della base sarda di Decimomannu nel conflitto libico e il fatto che l’80% degli attacchi NATO sono partiti dalle basi messe a disposizione dall’Italia.

Ci dobbiamo rendere conto che la Sardegna si trova sempre più al centro di strategie militari ed energetiche che altri decidono per noi: lo vediamo con la speculazione eolica ripresa in maniera incalzante all’indomani della sconfitta del nucleare con il Referendum sardo del 15/16 maggio di quest’anno. È stato inaugurato agli inizi di ottobre il più grande parco eolico d’Europa su una superficie di 4.000 ettari nei comuni di Buddusò e Alà dei Sardi e già si pensa alla realizzazione di quello previso nella piana di Ozieri. Progetti speculativi attorno ai quali si annidano interessi milionari con ritorni economici risibili per i comuni che ospitano le pale eoliche che per far fronte al taglio dei servizi ai comuni forniti dallo Stato accettano le imposizioni, i ricatti, le condizioni economiche poco vantaggiose imposte dalle multinazionali del vento, a cui nulla importa del benessere dell’ambiente e di quello delle popolazioni locali. Anche il progetto Galsi va inquadrato nell’ambito di una logica speculativa distante dai reali interessi dell’Isola, usata come un’immensa servitù di passaggio che sarà attraversata per 272 km da un condotto che devasterà quanto incontrerà sul suo percorso: boschi secolari, pascoli, terreni agricoli che in caso di mancato accordo con i proprietari saranno espropriati in forza di legge e aree archeologiche.

Ma ci sono anche tante altre questioni di cui si deve tener conto analizzando le condizioni dello sottosviluppo creato dall’occupazione italiana in Sardegna: la crisi economica ha determinato la ripresa massiccia dell’immigrazione giovanile verso l’Italia e gli altri Stati Europei così come il fallimento di migliaia di piccole e medie imprese. Quelle che resistono sono per la maggior parte vessate dallo strozzinaggio legalizzato perpetrato da Equitalia, l’agenzia delle entrate italiana che sta letteralmente mettendo in ginocchio la nostra Isola.

La classe politica sarda completamente asservita agli interessi d’oltremare non offre nessuna soluzione che risponda concretamente ai bisogni di questa terra. Un esempio tangibile d’inettitudine è stato offerto da tutti gli schieramenti italianisti sul fronte della Vertenza Entrate per la restituzione degli oltre 10 miliardi di euro indebitamente trattenuti dallo Stato; soldi che potrebbero essere impiegati per il rilancio dei settori maggiormente colpiti dalla crisi, e che invece non ci ritornano indietro né in termini di rimborso né di servizi alla collettività. Una vertenza che avrebbe dovuto vedere la classe politica regionale unita negli interessi della nostra isola ma che si è trovata ancora una volta contrapposta sulla base delle direttive delle segreterie romane e milanesi dei partiti di entrambi gli schieramenti. Una classe politica autonomista, subalterna e arroccata sui propri privilegi; sempre più incapace di rispondere adeguatamente agli impellenti bisogni della società sarda, e che lungi da intaccare stipendi e prebende da capogiro (tra le più alte d’Italia), per distrarre e ingannare l’opinione pubblica tenta la strada della riduzione del numero dei consiglieri regionali (da 80 a 60) allo scopo di marginalizzare il crescente dissenso popolare e diminuire così la possibilità di accesso in Regione di quelle forze politiche che presto potrebbero esser capaci di raccogliere il malessere trasformandolo in proposta politica, in alternativa ai due poli italianisti di centro destra e centro sinistra del tutto rispondenti ad interessi esterni alla Sardegna.

In conclusione occorre prendere coscienza che l’indipendenza non è che uno dei traguardi di un complesso processo politico utile a creare le condizioni di una vita migliore, le condizioni di una giustizia sociale fondata sui diritti individuali e collettivi del nostro popolo, un processo che deve rispondere alle reali necessità dei Sardi. È giusto quindi tracciare i contorni di quello che può essere un ordinamento istituzionale sul quale questa indipendenza sarà costruita, così come ritengo sia giusto rispondere in maniera adeguata alle problematiche reali della nostra isola attraverso progetti politici ed economici che si dimostrino all’altezza della gestione del territorio e delle sue risorse. È importante cioè riempire la lotta politica d’idee e valori, altrimenti potremo agitare tutte le bandiere che vogliamo, compresa quella dell’indipendenza, ma che priva di contenuto resterà sempre e solo un pezzo di stoffa.

Il maggiore sforzo che le organizzazioni indipendentiste dovranno compiere sarà dunque quello di dotarsi dei progetti di rilevanza politico-economica, tenendo conto che la Sardegna ha un gran bisogno di valorizzare la sua principale risorsa che è il territorio. In quest’ottica si può pensare a un’economia strettamente associata al turismo ambientale, a quello archeologico e culturale, così come al rilancio di settori strategici quali agricoltura, pastorizia e artigianato che attraverso i giusti e necessari investimenti possono diventare il volano di tutta l’economia sarda. Occorrerà anche predisporre un innovativo piano di “sviluppo energetico”, capace di rispondere alle reali esigenze e potenzialità della nostra terra, visto che non v’è alcun dubbio che sul piano della conquista di una piena “sovranità energetica” si giochi gran parte del nostro futuro.

Su questo versante c’è tanto da fare, non lo si può che considerare un passaggio obbligato, se realmente si vuole riuscire a portare una classe dirigente indipendentista al governo della Sardegna. Un passaggio che deve vedere le forze indipendentiste necessariamente impegnate in un processo di convergenza che miri a creare una programmazione politica e strategica comune.

Tàtari 29/10/11

Giovanni Fara

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